Un adolescente su due, oggi, esce di casa con la paura addosso.
Paura di essere picchiato, deriso, umiliato davanti agli altri. Paura di non sapere se tornerà a casa senza lividi, fisici o interiori. E più di uno su quattro racconta di vedere crescere, nella propria città, il fenomeno delle baby gang. Non come un fatto lontano o straordinario, ma come qualcosa che ormai fa parte della normalità.
Questa paura non resta fuori dai cancelli delle scuole. Anzi, spesso comincia proprio lì. Gli atti di bullismo sono sempre più frequenti, più violenti, più precoci. Insulti, minacce, isolamento, aggressioni filmate e condivise. In alcuni casi si arriva all’estremo: a La Spezia si è arrivati a uccidere. Un confine che pensavamo impensabile, superato da ragazzi che dovrebbero ancora imparare a conoscersi, non a odiare.
Parliamo di gruppi sempre più giovani, spesso poco più che bambini. Gruppi che non nascono più soltanto in un quartiere o in una strada, ma prendono forma online, sui social network. Non conta più da dove vieni, ma chi segui, cosa ascolti, come parli. Contano i modelli che imiti, spesso costruiti su un’estetica della sopraffazione. Cantanti trap seguitissimi che nei testi incitano all’odio, alla violenza, al disprezzo dell’altro. Narrazioni che normalizzano l’aggressività e la trasformano in successo, in identità, in appartenenza.
In questo meccanismo distorto, la violenza diventa un linguaggio.
Un modo per farsi notare, per contare qualcosa, per non essere invisibili. Un pestaggio diventa contenuto, un’umiliazione diventa spettacolo, un’aggressione diventa virale. Like, visualizzazioni, attenzione. E quindi potere. I ragazzi escono di casa ogni mattina con uno zaino pesante sulle spalle, pieno di libri. Ma spesso ne portano uno ancora più pesante dentro: fatto di ansia, rabbia, solitudine, paura di non essere all’altezza, di non essere accettati, di diventare il prossimo bersaglio. Emozioni che non trovano ascolto, che restano chiuse, finché non esplodono.
In questo contesto sono esposti tutti. I figli, prima di tutto. Vivono una pressione continua: apparire forti,
non sembrare fragili, non mostrarsi deboli. Farsi rispettare, anche usando la violenza, perché la violenza sembra l’unica lingua che garantisce protezione. Ma sono esposti anche i genitori, spesso lasciati soli. Senza strumenti, senza supporti, senza una rete che li accompagni. Divisi tra la paura per i propri figli e un senso di colpa che li consuma: «Dove ho sbagliato?», «Avrei potuto fare di più?».
E allora la domanda diventa inevitabile, scomoda, dolorosa: un ragazzino di 11 anni, alle sette o alle otto di sera, può davvero essere lasciato solo per strada? È solo una questione di controllo o è il segnale di un vuoto più grande, di un’assenza collettiva di adulti, di presìdi educativi, di comunità? La risposta dello Stato, finora, è stata soprattutto repressiva. Più punizioni, pene più dure, Daspo, arresti più facili, perfino multe alle famiglie. Ma il bilancio, dopo appena due anni, è sotto gli occhi di tutti: carceri minorili sovraffollate, pochi educatori, pochissimi veri percorsi di recupero. Ragazzi chiusi dentro senza un progetto, senza una prospettiva, senza una seconda possibilità.
Nel frattempo si taglia altrove. Si tagliano i fondi alla prevenzione, ai progetti per i giovani, allo sport, alla cultura, al sostegno educativo. Si indeboliscono le scuole, si lasciano sole le famiglie, si riducono gli spazi di aggregazione e l’ascolto psicologico. Senza genitori accompagnati, senza scuole forti, senza educatori, senza responsabilità anche da parte delle piattaforme social, la repressione non basta. E non funzionerà.
C’è poi un dato che non possiamo ignorare. In Italia il Fondo per le Politiche giovanili è stato tagliato per anni. Dai quasi 1,9 miliardi di euro del 2004 si è scesi drasticamente, senza mai tornare a livelli sufficienti per costruire una vera strategia nazionale. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: interventi sporadici, senza continuità, incapaci di affrontare davvero il disagio giovanile e la violenza.
Mentre altri Paesi investono su scuola, famiglie e comunità educative, in Italia si è scelto soprattutto di punire.
Ma la sicurezza non si costruisce solo con più pene.
Dietro ogni baby gang ci sono ragazzi. Ragazzi che sbagliano, che fanno male, ma che restano ragazzi. E dietro ogni ragazzo dovrebbe esserci una comunità di adulti capace di non voltarsi dall’altra parte, di non lasciarlo solo mentre cerca un posto nel mondo, anche scegliendo strade pericolose. Punire dopo è necessario.
Proteggere prima è indispensabile.
Giovanni Abbaticchio è blogger @thewalkingdadatory













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