Siamo arrivati ormai agli sgoccioli della partita della cessione dello stabilimento ex Ilva. Entro pochissimo tempo sapremo come si chiude questa lunga, lunghissima telenovela.
La «camera di compensazione» (la chiameremo così), nella quale sono stati avanzati i dubbi e ottenuti i chiarimenti, fra i super esperti dell’acquirente americano Flacks Group e la gestione commissariale dello stabilimento, dovrebbe chiudersi a breve, settimane, se non giorni. Quindi: ci siamo.
Da quel momento in poi, Flacks e con lui il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, dovranno prendere una decisione: stringersi la mano o salutarsi. Verrà messa, infatti, nero su bianco l’offerta finale da parte di chi compra, con tutta una serie di obblighi, chiarendo anche i punti ancora rimasti irrisolti: dalla bonifica dei terreni e successivo uso con relative autorizzazioni, all’uso necessario o meno di un rigassificatore, al numero di operai che si intende ricomprendere nel progetto di rilancio, solo per citare qualche esempio.
Fino a cosa farne di un indotto, cresciuto negli anni, che conta decine e decine di imprese del territorio, se mettiamo insieme quelle aderenti a Confindustria, AiGI, Confapi e alle altre sigle di categoria. Se Taranto chiude, inutile negarlo, si aprirà una partita seria dal punto di vista occupazionale e imprenditoriale nell’area jonica, ma non solo. E, viceversa, restando in piedi la fabbrica, bisognerà valutare se il gioco vale la candela in termini di manodopera. Flacks ha già dato stime che innervosiscono i sindacati. Per di più, è una partita che Taranto non gioca da sola. Ma al Nord c’è un altro pezzo di ex Ilva che sembra, all’opposto, voler giocare in autonomia.
Nonostante la raffica di critiche piovuta nelle ultime ore su Confindustria Genova e Confindustria Alessandria – interessate all’Ex Ilva con gli impianti di Cornigliano e Novi Ligure – favorevoli ad una trattativa svincolata da quella per Taranto.
C’è da dire che il bando di gara dello scorso agosto, emesso dai commissari di Acciaierie d’Italia, ha anche previsto la possibilità di una vendita separata degli asset, tanto vero che sono pervenute diverse manifestazioni d’interesse per singole porzioni del compendio aziendale. E tuttavia il ministero non sarebbe interessato all’ormai famoso «spezzatino». In più, a ben guardare nel documento denominato «Proposta di sviluppo dell’attività siderurgica e industriale delle aree di Genova Cornigliano e Novi Ligure», redatto appunto da Confindustria Genova e Alessandria, si legge: «Al di là di avere un’unica trattativa con il Gruppo Flacks, che non ha alcuna esperienza dell’ambito siderurgico per tutte le aree, mantenere il diritto di superficie fino al 2065 per un milione di metri quadrati è contrario ad ogni sviluppo delle attività industriali e logistiche a Genova».
Il riferimento è ad un vecchio accordo di programma siglato in quelle zone nel 1999. E di qui una serie di richieste avanzate da vari soggetti industriali che chiederebbero più spazi operativi. Fino ad arrivare a quella che – nel documento – viene definita «Una proposta di metodo»: e cioè, dopo 25 anni, gli attori dell’accordo di programma del 1999 «devono concordare di modificare lo stesso, chiedendo la restituzione entro il 2026 di tutto il diritto di superficie alla (nascente n.d.r.) Società per Cornigliano»; «lo Stato darà alla società attualmente commissariata il compito di procedere alla bonifica delle aree da restituirsi prima del 2065, salvo gli impianti e gli stabilimenti che rimarranno a Genova Cornigliano; lo Stato deve separare la trattativa con Taranto da quella per Cornigliano e Novi Ligure; la società per Cornigliano spa potrà essere estesa anche allo stabilimento di Novi Ligure aggiungendo Regione Piemonte, Comune di Novi Ligure e Provincia di Alessandria; la medesima società gestirà l’offerta all’insediamento con diritto di superficie sia al settore siderurgico, sia a quello industriale (diretto e indiretto), sia a quello di miglioramento dell’assetto infrastrutturale e cittadino a completamento». Ora, a leggerlo così tutto d’un fiato, verrebbe il dubbio malevolo che si sia interessati meramente alla gestione dei terreni su cui insistono le strutture che lo Stato dovrebbe per altro bonificare a sue spese, cioè a spese di tutti noi, per poi far gestire i proventi a questo consorzio pubblico-privato in via di costruzione. Inevitabile commentare con una battuta in stile pubblicitario che si fissa proprio sulla punta della lingua: «E cosa vuoi di più dalla vita? Un Lucano?».
Ora, i tempi dettati dal ministero sono noti: entro la fine mese potrebbe essere convocato il primo incontro con i sindacati che non è certo la chiusura della cessione della fabbrica, che dovrebbe invece avvenire entro fine aprile.
Dal primo marzo dovrebbe entrare in vigore la nuova proroga della cassa integrazione straordinaria chiesta da AdI per 4.450 persone per 12 mesi. Ad breve il presunto acquirente presenterà la sua proposta definitiva. All’interno di questi tempi ormai vicini alla definizione, però, una voce alta e chiara contro la furbizia secessionista non si è ancora alzata alle nostre latitudini, se non quella delle associazioni imprenditoriali pugliesi.
Manca del tutto una posizione altrettanto chiara degli enti locali e della Regione dopo l’insediamento del nuovo presidente. Faranno anche loro una proposta per gestire gli sconfinati terreni che si libereranno a Taranto chiedendo la bonifica allo Stato e gestendo i profitti della gestione in partnership pubblico-privato? In Liguria sembra di capire, che la politica non sia estranea alla proposta.
Per una volta, però, se sappiamo giocarcela, siamo dalla parte dei forti, se proprio si devono mostrar muscoli nella trattativa: come è noto, non c’è interesse alla chiusura del più grande stabilimento siderurgico d’Europa in tempi incerti come questi, con echi di guerra che aleggiano un po’ dappertutto, quella fabbrica potrebbe tornare utile, sperando non sia così. Ma è a Taranto che si produce la materia prima in Italia e non ci si può attrezzare in pochi anni altrove. La trasformazione del prodotto – invece – come a Novi Ligure o a Genova è facile reperirla ovunque.