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Ex Ilva, ad un passo dalla cessione – L’EDITORIALE

Ex Ilva, ad un passo dalla cessione – L’EDITORIALE

Ci aspetta, quasi certamente, un agosto caldo sul fronte della partita dello stabilimento siderurgico dell’ex Ilva. Lo spostamento di fondi pubblici assegnati alla realizzazione del primo impianto di Dri dal ministero dell’Ambiente al ministero delle Imprese con una diversa finalizzazione – risorse messe a disposizione anni addietro per il primo impianto di preridotto a Taranto – lascerebbero pensare, a detta degli osservatori più attenti, che qualcosa di concreto si stia muovendo nella vicenda della cessione dello stabilimento tarantino. Ipotesi avvalorata dal fatto che Palazzo Chigi ha convocato un tavolo di confronto tra Governo e organizzazioni sindacali il 28 luglio prossimo, nella sala Verde della Presidenza del Consiglio, «per un aggiornamento sulla situazione dell’ex Ilva di Taranto».

Ci saranno i ministri delle Imprese e del Made in Italy, del Lavoro e Politiche sociali, Ambiente e Sicurezza energetica e gran cerimoniere sarà il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano. Con loro i commissari straordinari di Acciaierie d’Italia, quelli delle società del Gruppo Ilva e l’Ad di Invitalia.

Governo, parti sociali, commissari governativi, Invitalia (la società pubblica che avrebbe dovuto mettere mano al Dri, l’impianto per il preridotto) tutti questi indizi insieme fanno quasi una certezza. La partita sembra chiudersi per l’ex Ilva e Jindal sembra essere l’unico attore rimasto sul campo, dopo la defezione (almeno fino a questo momento) dell’unico gruppo italiano che avrebbe potuto essere interessato, il Gruppo Arvedi di Cremona, di cui non si hanno tracce e che era stato dato per interessato alla partita. Tanto che il Governo si sarebbe speso per trovare un «socio» che condividesse il rischio d’impresa pur di non perdere del tutto una produzione strategica. Dopo l’uscita di scena, per le garanzie considerate insufficienti, del gruppo americano Flacks.

Dunque: Jindal. Il Governo, che ha fatto del made in Italy un punto importante della propria riconoscibilità politica, avrebbe certamente avuto piacere di affidare in mani italiane un ramo strategico per il Paese, ma non sembra sia andata così forse per assenza di coraggio imprenditoriale. E non deve suonare stonata la dichiarazione dirompente, ieri, del presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, che a margine dell’assemblea a Roma di Amma, l’associazione delle aziende metalmeccaniche, ha dichiarato: «E’ devastante che il Governo prenda in considerazione la cessione di uno stabilimento che è un asset fondamentale e straordinario, essenziale per il nostro Paese». E giù ancora: «Pensare di andarlo a dare per un euro agli indiani e poi di dargli 2 miliardi più 800 milioni per il rilancio, questo non si può fare. Per un regalo così non c’è bisogno di un interlocutore indiano».

Dunque, c’è più di un indizio per credere che la vicenda sia arrivata a definizione. Ed è allora ragionevole credere che il ministro delle Imprese abbia non sottratto, ma spostato quegli 800 milioni destinati alla realizzazione del Dri alla dotazione necessaria per chiudere l’accordo di programma al quale gli enti locali dovranno partecipare, oppure ad altra destinazione avendo risolto il problema del Dri nell’accordo con gli indiani, magari salvando buona parte della manodopera considerata ormai in esubero. Congetture, per ora. Ipotesi di cui si potrà sapere il contenuto solo il 28 al tavolo ministeriale, a Roma. Quello che può essere prevedibile, però, è il frontismo di fronte al quale il Governo rischia di trovarsi. A partire dagli enti locali.

La posizione della Regione è sempre stata in favore della nazionalizzazione della fabbrica e non risulta che il governatore, su questo punto, sia mai stato in disaccordo con la segreteria nazionale del suo partito. I sindacati sono sempre stati contrari ad una svendita dello stabilimento e favorevoli anch’essi alla nazionalizzazione e Federmeccanica si è espressa, ieri, molto chiaramente per bocca del suo presidente. A meno di un colpo di scena prima del giorno 28, da parte degli imprenditori italiani che potrebbero ritrovare uno scatto d’orgoglio e rilanciare, la partita sembra chiusa. Cosa accadrà, poi, dopovisto lo schieramento compatto al no verso Jindal, non è dato di sapere. Lo vivremo in diretta probabilmente il giorno dell’inaugurazione dei Giochi del Mediterraneo ai quali sembra parteciperà anche la premier, Giorgia Meloni e capiremo se sarà festa o battaglia.