di Mauro Massari
Massimo Giletti entra nel caso Ranucci-Lavitola e lo fa dal palco del Libro Possibile di Polignano a Mare, trasformando una vicenda giudiziaria ancora piena di zone d’ombra in una domanda più personale, quasi morale: che cosa significa, per un giornalista, chiamare «amico» una fonte? Intervistato dal direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci, il conduttore è tornato sui rapporti con Sigfrido Ranucci e sui recenti sviluppi dell’inchiesta sull’attentato al giornalista di Report, nella quale è emerso il nome di Valter Lavitola.
Giletti non ha scelto la via diplomatica. Ha ricordato di non aver preso bene alcune parole attribuite a Ranucci nei suoi confronti e poi smentite, rivendicando un’idea antica, quasi cavalleresca, dei rapporti personali: «Io sono un gentleman di vecchio stampo. Se stringo la mano a una persona, quella stretta vale più di ogni cosa». Il passaggio più duro arriva però quando Chiocci gli chiede un giudizio sulla vicenda Lavitola. Giletti separa subito i piani: «Ognuno può andare a mangiare con chi vuole». Poi affonda: «Lavitola però è un criminale, ha pagato il suo dazio, per carità, però io non dimentico». E aggiunge che lui da Lavitola non sarebbe mai andato, anche per il legame dell’ex editore con Marcello Dell’Utri, figura che Giletti collega a pressioni subite in passato: «Io con uno così non potrei andare a mangiare, visto che sono proprio da un’altra parte».
Tra fonte e amicizia
Il nodo, per Giletti, è tutto nella parola amicizia. Ranucci ha raccontato il proprio stupore davanti all’ipotesi investigativa che coinvolge Lavitola, definendolo una persona vicina. Giletti invece si dice «stranito»: una fonte può dare notizie, può diventare interlocutore, può aprire porte. Ma l’amicizia, per il conduttore, è un’altra cosa. «Nella nostra vita gli amici stanno su una mano», dice. E allora la domanda che vorrebbe rivolgere a Ranucci è semplice e tagliente: come si può definire amico un uomo con quella storia, conosciuto nel 2019, oggi indicato dagli investigatori come possibile regista dell’attentato all’uomo con cui mangiava spesso? È qui che l’intervento di Giletti diventa più interessante della polemica personale.
Non c’è soltanto il vecchio dissidio tra due giornalisti abituati a percorrere strade diverse. C’è un tema più largo: il rapporto tra giornalismo investigativo, fonti opache, confidenza e rischio di contaminazione. Chi fa inchieste sa che le informazioni arrivano spesso da mondi discutibili. Il problema è capire dove finisce il rapporto professionale e dove comincia la familiarità. Giletti, da Polignano, sceglie la linea più netta: con certi mondi si parla, forse, ma non si cena. Si raccolgono notizie, ma non si consegna loro la parola «amicizia».
In una storia ancora tutta da accertare nelle aule giudiziarie, resta intanto una frattura simbolica: quella tra il giornalista che rivendica la necessità di frequentare le fonti e il giornalista che vede in certe frequentazioni una soglia da non oltrepassare. E forse è proprio questa la domanda che il caso Lavitola lascia sul tavolo: nel giornalismo d’inchiesta, fino a che punto si può stare vicino al buio senza portarsene addosso l’ombra?