A distanza di 77 anni dalla stesura della Costituzione, che all’articolo 46 riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, la Camera dà il primo via libera al disegno di legge popolare. La Cisl, che di questa iniziativa legislativa è promotrice, parla di «passo fondamentale verso un traguardo storico per il mondo del lavoro e l’intero Paese». L’entusiasmo della neo-segretaria Daniela Fumarola e del suo predecessore Luigi Sbarra è comprensibile. Resta da vedere quanto sia giustificato, visto che quello che ha ricevuto il primo ok dal Parlamento è un testo “annacquato” nella speranza di non scontentare opinione pubblica, politica e mondo sindacale.
Partiamo dallo scenario complessivo. La partecipazione dei lavoratori alla vita dell’impresa è un’idea affascinante e contemplata in un ampio ventaglio di accordi collettivi. Si pensi a Luxottica, che ha creato un comitato destinatario di informazioni sui problemi relativi all’integrazione con Exilor, un altro comitato per la distribuzione delle azioni ai dipendenti e altre forme di partecipazione con competenze in materia di ciclo produttivo, orari e organizzazione del lavoro. Ancora, nel contratto collettivo Fca-Cnhi-Ferrari si parla di un sistema di relazioni incentrato su commissioni paritetiche per risoluzione delle controversie legate ai contratti, sviluppo del welfare aziendale, pari opportunità e verifica dell’assenteismo.
In più, sui 3mila contratti monitorati dall’osservatorio della Cisl il 59% prevede la partecipazione consultiva attraverso commissioni paritetiche in cui sono rappresentate le organizzazioni sindacali, il 40 la partecipazione organizzativa attraverso commissioni per migliorare processi e prodotti, il 19 la partecipazione economico-finanziaria con la distribuzione di azioni e utili ai lavoratori, il 5 la partecipazione gestionale mediante i rappresentanti del personale all’interno dei cda.
È in questo contesto che si inserisce la proposta della Cisl che prevede il possibile (non obbligatorio) ingresso dei rappresentanti dei lavoratori nei consigli di sorveglianza o di amministrazione, la distribuzione degli utili ai dipendenti, i piani di azionariato per la distribuzione delle azioni al personale, commissioni paritetiche per la condivisione di piani di miglioramento e innovazione di prodotti, processi produttivi, servizi e organizzazione del lavoro, senza dimenticare la formazione continua per chi fa parte degli organismi partecipativi.
La sensazione è che nel testo manchino misure vincolanti per dare attuazione a un modello mai concretamente realizzato, sebbene potenzialmente utile e previsto dalla Costituzione. Il ruolo della contrattazione appare depotenziato, col risultato che la partecipazione dei lavoratori diviene una scelta unilaterale delle imprese. In secondo luogo, per garantire il principio di rappresentanza occorre che i lavoratori non siano scelti dal datore di lavoro o dai soci, ma attraverso il canale sindacale e dunque sulla base di un accordo o tramite elezioni. Ancora, ai rappresentanti dei lavoratori andrebbe riconosciuto un potere reale, cioè la possibilità di incidere effettivamente sulle decisioni dell’azienda, magari anche chiedendo la sospensione di decisioni potenzialmente lesive dei diritti del personale e l’apertura di un confronto con le organizzazioni sindacali. Infine, la partecipazione dei lavoratori dovrebbe essere obbligatoria anche nei cda delle società pubbliche. Simili norme sarebbero capaci di indurre quella trasformazione culturale che finora è mancata ma che sarebbe necessaria per garantire ai lavoratori una partecipazione effettiva alla vita delle aziende. Altrimenti anche su questa vicenda si continuerà a “galleggiare” nel limbo delle buone intenzioni.
Bentornato,
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