Ci sono amori che non restano insieme, ma non se ne vanno mai. Tra Gino Paoli e Ornella Vanoni le cose non sono mai finite davvero, o forse sì, una volta, più volte, come succede di notte quando si dice qualcosa tipo «vado via, è finita», e poi non si capisce se quella porta si sia chiusa davvero o se sia rimasta socchiusa da qualche parte. E al mattino tutto è ancora lì, leggermente spostato, come se nulla fosse accaduto o come se tutto fosse accaduto troppo in fretta per essere registrato.
Quando muore lui, a pochi mesi dalla scomparsa di lei, viene naturale pensare che il cerchio sia perfetto così. È una tentazione inevitabile: dare una forma, una fine, un ordine. Ma è un’illusione da cronaca. Perché quella tra Paoli e Vanoni non è mai stata una storia ubbidiente.
Non sono stati la coppia perfetta. Si sono amati come si attraversa qualcosa che non si capisce fino in fondo, restando, andandosene, tornando senza mai dichiararlo davvero. Lei con quella precisione teatrale che viene da Giorgio Strehler, lui con un modo più irregolare, come se ogni gesto fosse una deviazione. E da quella deviazione, dalle contraddizioni, nascono le canzoni.
A un certo punto, durante un concerto, Paoli le dice: «Sei un incubo, una calda persecuzione. Siamo ostaggi di questa storia d’amore, che tu credi tua perché l’hai vissuta e che io credo mia perché l’ho creata. A questo punto siamo noi a essere suoi». Le parole, viscere e sangue, di un uomo che d’amore quasi ci è morto. E poi corpi, tradimenti, ritorni. Paoli che si innamora di Stefania Sandrelli mentre sta ancora con Ornella, una figlia che nasce dentro quella frattura, Amanda, e tutto il resto che non torna più come prima.
Non è leggenda, ma il punto in cui l’amore smette di essere racconto e diventa qualcosa che lascia segni. Eppure non si chiude. Non si sistema. Non diventa una storia da archivio, di cui restano qualche nome, un numero di telefono e delle fotografie stropicciate.
Paoli dirà sempre che è stata lei a insegnargli a fare l’amore. Non come tecnica, ma come libertà. Senza colpa, senza pudore, senza quella specie di vergogna che negli anni Sessanta stava addosso a tutto. È anche questo che li lega: un modo di stare al mondo prima ancora che insieme. Lei, con quella distanza elegante, quasi crudele. Lui, più opaco, più disordinato. Due modi diversi di non appartenere davvero a nessuno, nemmeno a sé stessi. E se è vero che non tutti quelli che si amano restano insieme, è anche vero che alcune storie non accettano la fine. Cambiano forma, si spostano, riemergono dove non te le aspetti. In una canzone, in una tournée, in un modo di guardarsi che non ha più bisogno di spiegazioni.
Negli anni Ottanta tornano sul palco insieme, senza troppa nostalgia. Non è riconciliazione. È qualcosa di più semplice e più straordinario: la prova che quella storia non è mai uscita davvero dalle loro vite. Per questo non sono mai stati una coppia riuscita. Ma sono stati qualcosa di più difficile da definire, una relazione che non si è mai lasciata finire. E forse è questo che resta oggi, più di quelle canzoni che hanno fatto la storia di un Paese intero. Non l’idea di un grande amore, ma quella di un legame che ha continuato a esistere anche quando non aveva più un posto preciso dove stare. Perché Gino, in fondo, non voleva essere amato. Voleva essere libero. E ha vissuto abbastanza da dimostrare che le due cose, quasi sempre, non coincidono.













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