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Dalle grandi narrazioni alle urne vuote

Mercoledì scorso Antonio Decaro è stato proclamato presidente della Regione Puglia. A breve avverrà anche la proclamazione degli eletti, che porterà finalmente alla nomina della giunta.

I numeri delle ultime regionali pugliesi sono stati ampiamente analizzati da numerose voci e prospettive. Decaro ha vinto con il 63,97% di voti: un numero da capogiro, se non fosse per la percentuale di votanti, il 41,83% degli elettori. Il dato relativo all’astensione segna in maniera decisiva il risultato di queste elezioni, ridimensionando la rappresentatività delle istituzioni stesse. E si inserisce in un trend nazionale abbastanza consolidato, pur attestandosi fra i livelli più bassi di partecipazione degli ultimi anni.

C’è chi si è affrettato a derubricare la questione associandola allo scarso interesse dei cittadini, colpevolizzando gli elettori, più che i soggetti politici. Eppure, c’è forse da affrontare in maniera più complessa il fenomeno, visto che si parla della regione che ha vissuto la cosiddetta «Primavera pugliese» e ha ospitato uno dei moti partecipativi più imponenti degli ultimi decenni.

Nel 2005, ormai vent’anni fa, l’affluenza fu del 70,49%, per poi andare incontro ad un progressivo, ma inesorabile declino. Questa disaffezione al voto non può essere semplicemente interpretata come frutto dell’indolenza o di nefasti vizi morali. C’è, probabilmente, una perdita di fiducia nella capacità della politica di incidere sulla realtà, esprimendo gli interessi collettivi degli elettori per tradurli in una visione che sfidi lo stato di cose. La politica è piuttosto concepita come luogo di accomodamento su una realtà che si svolge in maniera ineluttabile, sferrando i colpi più forti proprio sui più vulnerabili.

È stata ancora la sinistra a vincere, si dirà, come da vent’anni a questa parte in Puglia. Eppure, quella carica trasformativa che aveva infuocato le strade e le piazze di tanti anni fa si è ormai affievolita da un pezzo: è rimasto un ricordo lontano, che alcuni ogni tanto richiamano più come elemento estetico, senza neanche crederci fino in fondo. Vendola sui manifesti elettorali era un amarcord, da molti percepito finanche come una minaccia, che la sorte ha fatto fuori, quasi a preservare la ragion di stato.

Al di là dei meriti e dei limiti, quella stagione politica osò sfidare il corso del tempo, opponendogli un’altra narrazione. Al centro, c’era l’idea che la politica non dovesse necessariamente assecondare gli interessi dei potenti, ma avesse il compito di esprimere la potenza di chi era ai margini della storia, per farne irrompere la voce e sparigliare le carte. Alla base c’era la consapevolezza che quell’andare contro l’ordinario non fosse affatto un cammino semplice, ma una sfida, una partita aperta, da contendere fino in fondo. Il tentativo ardito, e forse non del tutto riuscito, fu quello di opporsi all’idea che il sociale fosse una variabile dipendente dal mercato, ridandogli un nuovo protagonismo. Una serie di interventi e di politiche poggiavano sull’assunto di poter dare forma al futuro decentrando lo sguardo, facendo irrompere il punto di vista degli ultimi, dei marginali e dei senza voce: era la lezione di Don Tonino Bello, che tanta parte ebbe nell’accendere quella scintilla.

Negli anni successivi, è stata proprio la forza di quel contendere a venir meno, e il mercato ha rioccupato ogni spazio a disposizione, trovando nella politica, più che un argine, una fedele ancella. Il venir meno della dialettica, dello scontro fra visioni, annegate dentro coalizioni intercambiabili, ha restituito la conferma di questa neutralizzazione dell’immaginario. La presenza, tra le liste dell’ultima tornata elettorale, di personaggi capaci di transitare da un polo all’altro dell’emiciclo politico, si inserisce in una tendenza forte alla depoliticizzazione. La politica, pur di tenersi lontana da ideologie e visioni, si ripiega nell’ordinaria amministrazione, legittimando di fatto chi è più forte. Perché, sotto il velo astratto della «buona amministrazione», continuano ad annidarsi interessi di parte e, in assenza di conflitto o quantomeno di mediazione politica, sono i più potenti che fanno il bello e il cattivo tempo e i più deboli hanno la peggio. La Puglia, negli ultimi anni, è stata catapultata in un modello di turismo e di espansione edilizia forsennata, in cui quella specificità meridionale, narrata nelle pagine di Franco Cassano, è stata interpretata spesso come serbatoio da consumare, invece che come spazio di autonomia, da proiettare, grazie alle istituzioni, verso un futuro di dialogo e di sviluppo. C’è forse da recuperare, allora, un po’ dell’insubordinazione che ha caratterizzato le grandi pagine della storia pugliese se si vuole evitare che la politica continui a navigare in un eterno presente, per cui non valga la pena neanche spendere il voto.

Giacomo Pisani è ricercatore Euricse (European Research Institute on cooperative and social enterprises) Trento

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