All’ingresso della Grande Muraglia, il dr. Darwin sdraiato su una comoda poltrona leggeva affascinato un bellissimo racconto di Kafka («Durante la costruzione della Muraglia cinese») e lo sguardo del dr. Darwin passava incessantemente dalle masse citate da Kafka – milioni di persone nate ed allevate al solo scopo di isolare la Cina dal resto del pianeta che nel celebre racconto vivevano solo per costruire la grande Muraglia – alle masse sterminate di imprenditori occidentali che facevano ressa davanti alla porta spalancata per trasferire all’interno della Muraglia fabbriche, soldi, brevetti, tecnologie (la bravissima Bedy Moratti, YouTube, recita da Darwinomics, Kafka «La costruzione della grande Muraglia», adattato).
Eurafrica, Darwinomics e l’Accordo di Achnacarry
La nascita di un concetto non è evento frequentissimo. Quando va oltre la necessaria creatività della vita ordinaria, richiede una metabolizzazione intellettuale complessa che va oltre i fenomeni “digestivi” ordinari della mente collettiva. Quando un nuovo concetto include spazi di economia e di diplomazia questa metabolizzazione è ancora più complessa perché richiede la partecipazione innovativa della politica, il che non sempre è semplice. Questo è il caso di “Eurafrica”, un termine, da me coniato su questo giornale per trattare la sfida economica dell’Est, che va coraggiosamente affrontata in termini Darwinomics se interessa la sopravvivenza dell’Europa e di chi ne fa parte.
Eurafrica è allo stesso tempo sfida e medicina in un contesto di multilateralismo “energia sapere” per evitare quella che ormai viene riconosciuta anche dalle Nazioni Unite (rapporto Guterres oltre il Pil) la minaccia della sesta estinzione di massa portata dal Pil che, secondo l’orologio degli scienziati atomici non è mai stata così vicina (85 secondi metaforici dalla midnight forever). Eurafrica è il concetto che l’Europa deve trasformare in azione diplomatica ed economica per garantire il multipolarismo sapere necessario per la sopravvivenza di tutti in nome di Darwinomics, altrimenti un disastroso conflitto nucleare distruggerà tutti.
Il vero senso di Darwinomics
arwin quando parla di sopravvivenza viene spesso frainteso. Per Darwin non è il più forte che rimane vivo, non è – fortunatamente – la legge della giungla che governa le vicende umane. Altrimenti gli imperi non sarebbero mai tramontati e i dinosauri sarebbero sopravvissuti all’impatto della meteora nello Yucatàn e invece siamo emersi noi. Sopravvive chi si adatta meglio ai cambiamenti sia fisico-ambientali che culturali. Questo principio trasferito in economia ci dice, nell’adattamento al racconto di Kafka, che i politici cinesi hanno genialmente capito che il portone della Grande Muraglia andava spalancato e non chiuso. Ma ci dice anche che la unica strada del multilateralismo è l’accettazione della nascita del concetto “Eurafrica” il nuovo continente della diplomazia multipolare. Il racconto di Kafka ci parla di generazioni di individui cresciuti con le loro famiglie ai piedi della grande muraglia, per separare la Cina dal resto del mondo. In Darwinomics il racconto viene adattato per scoprire che qualche millennio dopo i portoni della grande muraglia non solo non venivano più sprangati per isolarsi ma venivano invece spalancati per fare entrare imprenditori soldi e tecnologie. E venivano spalancati al punto che – grazie agli imprenditori, soldi e tecnologie fatte entrare – oggi i leader cinesi sono in grado di prospettare un loro dominio del mercato.
Darwinomics in azione
L’ascesa economica dell’Est non è un fenomeno congiunturale ma strutturale. In economia i cambiamenti fondamentali si rafforzano reciprocamente. Il ceto medio in crescita rapida produce domanda interna che sostituisce l’importazione. La tecnologia di sviluppo elimina le catene di approvvigionamento occidentale. L’accesso privilegiato alle risorse natarli crea una dipendenza dall’Est dell’occidente. Tutto ciò è bene se viene vissuto in termini di multipolarismo. È pericoloso se il mondo si polarizza definitivamente intorno agli USA e alla Cina. Un ruolo fondamentale positivo è svolto dal concetto di Eurafrica. Allo stato attuale l’Europa si trova in una posizione critica di subordinazione strutturale: alleata degli Usa senza autonomia strategica propria, senza una visione di posizionamento nell’asse Est-Ovest, e progressivamente marginalizzata nelle grandi partite geopolitiche. Vista – sbagliando – negativamente anche dalla Russia, l’Europa nell’interesse di tutti, deve costruire un vantaggio irriproducibile.
Mappa Meloni Mattei, la nascita di Eurafrica
La mappa citata nell’articolo precedente come «Meloni Mattei», opera un cambiamento concettuale geografico forzato. Ci dice che il nostro Est non è a levante ma a sud perché i tempi, come ci dice Bob Dylan, ispirato premio Nobel per la Letteratura, sono in grande cambiamento («times they are a-changin»). Eurafrica è il cambiamento necessario.
Per cogliere la natura più intensa di Eurafrica dobbiamo però fare il salto di un secolo e trasferirci alla Persia del secolo scorso. La guerra in Iran, infatti, che a giorni alterni siamo informati è finita o è ripresa, è iniziata il 17 settembre 1928 ad opera di sir John Cadman, presidente della Anglo Persian Oil Company (poi BP -British Petroil – oil company) e ha le sue origini nella straordinaria decisione presa una decina di anni prima da Sir Wiston Churchill, primo Lord dell’ammiragliato britannico, di convertire la marina militare da alimentazione a carbone – di cui la Gran Bretagna aveva miniere sterminate e non dipendeva da nessuno – in alimentazione a petrolio di cui la Gran Bretagna mancava completamente. La Gran Bretagna non aveva giacimenti di petrolio, ma la BP pensò di utilizzare per sé, quelli della Persia, oggi Iran. E tale decisione è sopravvissuta nel tempo.
Ma il motivo principale per ricordare quell’accordo che ha da sempre influito su prezzi, guerre, democrazie e diplomazie, non è tanto per ricordare una realtà antica che influisce sul presente, ma per trarre lezioni dal cambiamento energetico radicale del secolo scorso per quello che si sta riproducendo sotto gli occhi di tutti oggi. L’energia, in certi momenti cambia forma in maniera radicale e tutto l’assetto planetario ne subisce le conseguenze. Chi vive coscientemente questi cambiamenti sopravvive. La sfida dell’Est in economia si basa sula capacità di paesi come India e Cina di produrre la fonte energetica più importante del XXI secolo, il sapere, e la capacità di adattamento a questa sfida in economia ha un preciso nome: Darwinomics.
Ma perché Darwinomics
Nel salotto Treccani, dove il libro Darwinomics fu presentato, l’allora presidente Giuliano Amato, dette saggio della perdurante validità del soprannome affibbiatogli da Scalfari di Dr. Sottile. Amato doveva aver letto il libro, cosa che Oscar Wilde raccomandava fortemente di non fare prima di una recensione per non restarne influenzati, perché esordì citando il principio fondamentale di Darwinomics: l’economia vincente non è la più forte, altrimenti non ci sarebbe mai un cambiamento, ma è quella che si adatta meglio ai cambiamenti. Oggi l’energia fossile, che ha determinato lo sviluppo delle economie nel mondo, se la razza umana deciderà di sopravvivere, cosa che allo stato non è affatto certa lo desideri, deve necessariamente lasciare il campo all’energia sapere che l’Est sta cavalcando alla grande, e che per l’Europa ha nome Eurafrica. La tecnologia in sviluppo iperbolico nei software, negli strumenti, nei corridoi di circolazione del sapere, non lascia alcun subbio che l’Est è più potente perché ha una massa potenziale ineguagliabile. La popolazione dell’Est se viene elevata a livelli di sapere moderno, vedi ancor più della Cina, India con il Pil Sapere, non teme confronti (prossimo tema sarà infatti «Brics»).
È sorprendente come la sinistra, orfana di utopie con la caduta del muro di Berlino, invece di catapultarsi nelle braccia utopiche del libero mercato che tutto è fuorché libero, restandone stritolata, non si sia concentrata sulla utopia che il mondo capitalistico le stava regalando: più sapere per tutti, che internet sviluppava quotidianamente, e che AI ha reso irreversibili. La sinistra non ha ancora capito – forse non lo farà mai – che la tecnologia non è un allegato secondario e accessorio della perequazione sociale, ma nelle società post marxista è un pilastro fondamentale, forse «IL» pilastro di equilibrio sociale. Agli addetti marxisti sfugge il fatto che la vera lotta contro l’analfabetismo in Italia è stata combattuta e vinta non dai sindacati, ma dalla televisione.
Eurafrica, l’unica carta vincente
La visione “Euroafrica”, che forzando la mano alla PM si spera si voglia convincere ad introdurre nel Piano Mattei promosso dal governo, propone come fece Mattei, un modello inedito di sviluppo Europa – Africa: non colonialismo economico, ma una partnership strutturata attorno a un pilastro «sapere» in cambio di materie prime. Né la Cina, né la Russia, né gli Usa sono in grado di farlo. L’Europa sì.
L’equazione competitiva è chiara: l’Europa non può battere l’Est su costo del lavoro, su scala produttiva né su demografia. Né può affrancarsi dagli Usa nella tecnologia. Può però costruire una posizione con l’Africa irriproducibile da altri combinando «materie prime critiche per la transizione verde e digitale» in cambio di «formazione sapere» delle classi africane emergenti. L’Europa deve aprire le porte di università, ospedali, istituti superiori, reti tecniche, perché sono questi gli assets che né Usa, né Cina, né Russia sono in grado di offrire. Questa è la sfida concettuale di Eurafrica, nell’interesse della sopravvivenza planetaria per un multilateralismo che va oltre il Pil come le stesse Nazioni Unite auspicano. È tempo che l’Africa – in nome di Darwinomics – entri a pieno titolo nella comunità economica diplomatica planetaria come fortunatamente ha fatto la Cina. E l’Europa deve farne la sua frontiera di cooperativo sviluppo. Da Eurasia a Eurafrica.
«Quando la folla di imprenditori e di tecnologie che facevano la fila per entrare al di dentro della Grande Muraglia riuscì a penetrare, i due personaggi che avevano spalancate le porte, emersero per chiudere quel portone, e fu così che la Cina di Deng Xiaping decollò in nome di Darwinomics». (Bedy Moratti, YouTube, mirabilmente recita da Darwinomics, Kafka «La costruzione della grande Muraglia», adattato).
