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Così la “democrazia liberticida” rischia di riportare l’Europa all’epoca oscura della tirannia

Spirano venti impetuosi nel cuore dell’Occidente. Si sente dalle Alpi italiane una bora che proviene da Bruxelles e sa di rivalsa. È una rivalsa però non di spirito, ma di armi. Sul confine teutonico il cancelliere Scholz spinge la nazione all’ingente piano finanziario militare. Otto miliardi e mezzo sono i fondi che dovranno, in Paesi come la Germania, provvedere alla necessità di una difesa contro la supposta minaccia russa. L’onda di questa nuova fase difensiva la sta cavalcando la maggior parte dell’Europa a seguito del lancio definito strategico della presidente della commissione europea von der Leyen qualche settimana fa, dove con sentenza quasi edittale si promette alla cittadinanza europea un impegno sul quale non era stato concordato nulla di certo o positivamente discutibile da nessuno dei Paesi membri, ancor meno l’Italia. L’impegno della difesa contro una entità per la quale sino a pochi mesi prima si parlava di necessarie trattative di pace, viene nella sostanza informale della storia contemporanea, preso e deciso ex cathedra, così come il futuro perentorio del finanziamento militare, che interessa in prima linea le strutture economiche e sociali dei contributori europei, è stato esito di pronuncia non certamente collettiva, ma individuale.

Sull’altro versante una situazione analoga si ripete nello slogan “Make America great again”, coniato da un Donald Trump che non ha atteso molto, subito dopo il suo insediamento alla Casa Bianca, per contravvenire alle primissime garanzie costituzionali del Governo federale e neppure a quel che per i suoi predecessori Obama e Biden costituiva un codice etico. Qui invece, circondandosi di un entourage di natura altamente creditizia per la quale ricostruire la città di Gaza significa soprattutto demolirne, ancor più tra le macerie, totalmente la sua identità culturale ed estrometterla dalla sua sfera giurisdizionale, sono altri i principi che prevalgono nel dettame politico del nuovo governo statunitense. Sono contemplati, è questa l’impressione della macroscopia legislativa trumpiana, per il privato cittadino gli stessi diritti di formato economico multinazionale che esplicano in ogni loro punto programmatico l’adesione a una proposizione marginalista e al tempo stesso esclusivista, che non riesce a comprendere tutte le fasce della popolazione, anzi tende a emarginare quanti non si adegueranno alla nuova politica censocratica. La base censitaria che emerge da quella che è a tutti gli effetti la diarchia Trump-Musk, mette in serio pericolo non solo l’economia dei cittadini americani, ma anche la democrazia delle sue istituzioni, gettando un paravento sulla giustizia tribunale. Come nell’età romana monarchica, è il censo, in ogni ordinamento in cui esso prevale sulla autonomia della cellula familiare, a definire i diritti che un cittadino può vantare all’interno della società. Ed è esattamente questo il modello che arriva all’Europa e approda sino in Albania, in cui il primo ministro Rama al centro della terna che lo vede affiancato da Orban e Scholz, è uno dei rappresentanti più esponenti del clima politico attuale che travolge l’Occidente. Clima che si ripropone peraltro a specchio anche nelle regioni asiatiche non direttamente coinvolte nella guerra russo-ucraina, ma che tuttavia risentono fortemente delle tensioni militari nella crescente rete di alleanze con la Cina.

La temperatura che percepiamo a livello globale, dunque, è una ed è sempre costante da quasi un quinquennio. Il termometro globale segna sulla scala la dicitura “autocrazia”. Sebbene sia essa usata in veste unilaterale all’interno delle mediazioni telegiornalistiche come attributo del governo Putin, dobbiamo capacitare le nostre coscienze che la realtà è ben diversa da quanto le nostre orecchie sentono attraverso i dibattiti pubblici. Autocratica si definisce la scelta di riarmare l’Europa declinando le ultime energie rimaste di Paesi genuflessi dalla inflazione recessiva del decennio scorso come la Spagna, la Grecia e anche l’Italia, per un bellum iniustum che la nostra presidente del Consiglio ha però giustificato stracciando in aula l’eredità del Manifesto di Ventotene. L’Europa per cui hanno combattuto Spinelli e Rossi nel 1941, una “Europa libera e unita”, non è in tutta evidenza l’“icona” della nostra premier. Come quindi non essere consapevoli della meritoria veridicità e attualità delle parole espresse in questi giorni da Luciano Canfora durante il Bifest barese, secondo cui gli stati nella loro universalità sarebbero oggi riflessi a uno specchio di “democrazia liberticida”, che anziché scongiurare ogni tentativo di accentramento plenipotenziario e di esautoramento dei diritti, riconduce di contro proprio allo stadio iniziale da cui la democrazia, almeno quella madre ateniese, è nata: la tirannia.

Tirannia e autocrazia sono i rispettivi emblemi concettuali, legati da una sinonimia diacronica, dell’antico e del nostro tempo. Quando la democrazia non ha più alla sua base il fondamento dell’isegoria e dell’isonomia, si svuota della sua zavorra etica, si sgonfia della tensione diatribica, e si paralizza nell’inerzia politica. Se la centralizzazione di un sistema sociale corrisponde alla responsabilità di emendare ogni forma di opinione pubblica che proviene dal basso dell’elettorato e alla riduzione dell’efficacia del suffragio universale, il passaggio dalla libertà di parola alla facoltà di immagine avviene silenzioso. La parola perde il suo senso aggregatore ed elettore e diviene solo una icona virtuale della nostra potenziale ed eventuale partecipazione. L’isegoria, l’uguaglianza cioè di parola, al transito di questo processo sociale destrutturante che sugge linfa dalla liminarità del segno prossemico promossa dalla velocità del digitale, è minacciata oggi dall’immagine oleografica, ossia dall’icona.

“Eicòn”, però, si badi a non dimenticarlo, designava già in Euripide “il sembiante”, “colui che appare”. Ebbene la società di cui stiamo parlando essere sempre meno affezionata alla sua natura ontologicamente politica, quella cioè da cui è nata, è calata vorticosamente in un mosaico di icone concettuali, che arrivano con la elogiata intelligenza artificiale, a fornire esse stesse per noi un attributo calcolato dai numeri, processato non dai nostri neuroni, ma dalle coincidenze algoritmiche, che sbiadiscono la ragione umana.

Se padre Antonio Spadaro aveva parlato giorni fa della necessità di una teologia rapida contro la velocità della corrente ideologica e attitudinale, che noi assumiamo per inerzia e per contatto, è non trascurabile l’importanza di discernere la rapidità dell’agire umano dalla sua velocità. La direzione verso cui muoviamo è la seconda, siccome altrimenti ci saremmo trovati davanti a una adeguazione della ragione al cambiamento, e non a una apposizione di essa sullo strato del mutamento evolutivo. Lo fece scrivere il Re Sole durante lo scoppio della campagna prussiana sui cannoni del suo esercito, quando l’unico spazio che non sarebbe potuto essere lasciato inosservato perché minimamente vitale per la salvaguardia dello stato, ha condotto alla guerra: “Ultima ratio regis”. Quel di cui l’Europa avrebbe estremo bisogno oggi, di fronte all’iconocentrismo che commuta la proprietà dell’agire umano e l’identità del sapere umano, è una “ultima ratio legis”. Una ultima ragione della legge, una ultima causa del diritto, e una ultima democrazia contro l’autocrazia.

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