La sinistra ama gli artisti liberi solo quando cantano nel coro. Appena steccano, parte il processo. Funziona così, se Springsteen attacca Trump dal palco, applausi. Se De Gregori dice che quel moralismo da concerto lo imbarazza, anatema. Se Erri De Luca osa dire una cosa fuori spartito su Gaza, diventa un traditore. Conta poco quello che hai scritto e cantato per cinquant’anni. Conta l’ultima frase. Se non coincide con il catechismo, sei fuori. Partiamo dal Principe. Che cosa ha detto di così mostruoso? Ha detto che prova imbarazzo davanti a chi sale sul palco e spiega da che parte stare, perché il pubblico è già sensibile di suo. Ha citato Springsteen contro Trump: davvero serve Springsteen per sapere che Trump divide? Traduzione per chi vive in tribunale: De Gregori rivendica il diritto di tenere distinte la canzone dal sermone, il concerto dal comizio, il palco dalla succursale morale del partito. Apriti cielo.
Se un artista importante osa dire che diffida del cantante-sacerdote – amen – crolla un piccolo dogma contemporaneo, l’idea che l’arte debba servire la causa. Bella, ambigua, contraddittoria, libera? Tutto secondario. Prima l’utilità. E infatti l’artista piace quando diventa un megafono. Dice «pace»? Bene. Dice «resistenza»? Benissimo. Dice «contro Trump»? Genio. Dice «Gaza»? Certo, purché con la formula esatta, il tono esatto, la postura esatta. Ma quando si sottrae diventa vecchio, cinico, fuori dalla realtà. De Gregori è il bersaglio più comico possibile. Davvero qualcuno pensa di impartire lezioni di impegno civile a uno che ha scritto La storia siamo noi, Viva l’Italia, Generale? Qui sta l’equivoco: chi oggi lo accusa vuole una dichiarazione di voto emotiva. Vuole l’artista che faccia sapere ogni mattina da che parte sta.
Il caso di Erri De Luca è diverso. De Luca ha preso posizione. Si è definito sionista nel senso elementare del riconoscimento del diritto degli ebrei a una patria. Ha contestato l’uso semantico della parola genocidio per Gaza – definendolo allo stesso tempo un massacro. Si può essere in disaccordo con lui. Si può dire che sbaglia, che sottovaluta, che vede troppo Israele e troppo poco il dolore palestinese. Tutto legittimo. Ma il punto liberale è un altro: da quando la critica comporta la radiazione morale? Da quando uno scrittore va espulso invece che confutato? Qui si misura la differenza tra una cultura adulta e una cultura da assemblea permanente. Una cultura adulta prende De Luca, gli risponde, se ritiene lo contesta.
La cultura da assemblea lo dichiara decaduto: era tutto finto, ha tradito, è passato «dall’altra parte». De Luca cancellato dal pantheon. Fino a ieri era un maestro. Oggi è un reprobo. La verità è che siamo abituati agli artisti allineati. Quando uno esce dalla fila, viene definito «fuori dalla realtà». Che poi significa: fuori dalla nostra realtà. Perché la realtà, per certi sacerdoti dell’indignazione, coincide con ciò che conferma le loro opinioni. Se un artista la pensa come loro, è lucido. Se ha un dubbio, è pavido. Se tace, è complice. La libertà funziona in modo più esigente. Springsteen deve poter attaccare Trump dal palco. De Gregori deve poter dire che quel gesto lo imbarazza. De Luca deve poter pronunciare una tesi su Israele e Gaza. E tutti devono poter essere criticati. Ma criticare significa rispondere, argomentare, colpire nel merito. Significa evitare l’abiura e il tribunale morale permanente.
E allora sì, qualcosa fa davvero «spavento», come ha detto qualche collega. Ma non sono De Gregori o De Luca. Fa spavento chi vorrebbe consegnare loro lo spartito e dire: adesso suona questo, indignati qui, taci lì, usa questa parola, evita quell’altra, mettiti dalla parte giusta, cioè dalla nostra. Fa spavento questa idea proprietaria dell’artista, ridotto a dipendente morale della compagnia cantante. De Gregori e De Luca possono piacere o irritare, ma restano uomini liberi. E gli uomini liberi, per fortuna, non suonano a comando.
