Bakari Sako, il 35enne maliano ucciso dalle coltellate di una banda di ragazzini di Taranto (la responsabilità è però personale) e dalla loro insipienza, ha attraversato il fiume che lo porta nell’altro mondo da solo. Ad accompagnarlo nell’Oltretomba pochi amici e qualche parente. Ieri, il nostro giornale, ha segnalato la circostanza.
Dopo le manifestazioni di piazza, le declaratorie per mondarsi da responsabilità collettive – politiche, sociali, educative – l’altro giorno al funerale non c’era nessuno. Non il sindaco a scusarsi con la famiglia e a manifestare di persona – e pubblicamente – la solidarietà della città.
Nessuno degli assessori della giunta, intervenuti alla manifestazione di piazza nei giorni precedenti “in veste privata”. Non i segretari cittadini dei partiti di maggioranza e minoranza. Né i consiglieri di sinistra-sinistra. Non i consiglieri regionali ovunque collocati. Una mancia è arrivata, quella sì. Mille euro per riportarlo in patria e una bara offerta dalle onoranze funebri. E così Taranto si è lavata la coscienza.
Una volta segnalate le assenze istituzionali al funerale, dal nostro giornale, è poi cominciato un giro di fake sui social sulla cerimonia che sarebbe stata chiesta in forma privata. Fake da social, appunto. Avevamo verificato in precedenza con amici e famiglia. Il funerale nella moschea di Taranto, come tutti i funerali è un fatto privato, ma nessuno ha vietato l’accesso ad alcuno. Si è celebrato un rito in gran fretta, forse per cancellare il ricordo di questa mostruosità, con autorizzazioni che hanno viaggiato alla velocità della luce.
Una pagina da archiviare il più presto possibile affinché la presunta normalità tornasse subito. Spiace constatare che nessuna autorità pubblica fosse presente.
Almeno uno, in rappresentanza delle istituzioni a quel funerale avrebbe dovuto esserci. Una corona di fiori sarebbe stata opportuna. Anche un semplice mazzo di fiori dell’amministrazione. Una presenza che rappresentasse plasticamente la richiesta di perdono – p-e-r-d-o-n-o – alla famiglia e abbracciasse quel dolore ingiustificato. Quel sagrato vuoto fuori dalla chiesa racconta molto: spiega l’assuefazione al male e alla rassegnazione della città. Quel capo cosparso di cenere avremmo voluto vederlo, però, signor sindaco. E non per darle incomodo. Ma come esempio verso tutti coloro che, osservando quelle immagini – nella società dell’immagine – avrebbero potuto farsi finalmente qualche domanda. I leoni da tastiera avrebbero visto un sindaco costretto a chiedere scusa per la vergogna della sua città. Quelle immagini avrebbero parlato più di mille discorsi fatti a scuola. Peccato aver perso questa occasione.
Forse, vale la pena ricordare quanto detto, nei giorni scorsi, dal filosofo Umberto Galimberti a La7. Ha spiegato che gli europei e anche gli americani sono tutti inconsciamente razzisti. Ed è risalito alle radici psicologiche e culturali del fenomeno. «Abbiamo paura degli immigrati perché crediamo che siano superiori a noi – ha detto – sul piano biologico e psicologico». Partendo dalla resistenza che dimostrano nel superare le condizioni estreme delle migrazioni e creando un parallelismo con la caduta dell’Impero romano. «Avremmo noi quella forza per affrontare tutte quelle difficoltà?», si è chiesto. Nel primo secolo d.C. – ha continuato – nessuno lavorava a Roma, andavano nelle arene, nei postriboli e così chiamarono i barbari per fare la canalizzazione delle acque. Dopo due secoli chiamarono i barbari per rafforzare le legioni, perché non volevano nemmeno più combattere. Dopo tre secoli avevano un imperatore barbaro. Per fortuna, noi non corriamo questo pericolo: la vicenda di Taranto dimostra che i barbari li abbiamo già in casa.
