Trent’anni dopo “L’elefante e la farfalla”, Michele Zarrillo torna a guardare dentro una delle sue canzoni più amate. Ma parlare con lui significa partire dalla musica per arrivare al mistero dell’esistenza, agli addii, alla paura, agli incontri che cambiano una vita. E a quell’emozione che, dopo cinquant’anni di palco, ancora non passa.
L’artista romano sarà questo weekend in Puglia con tre date organizzate da Aurora Eventi: oggi al Teatro Nuovo di Martina Franca, domani al Teatro Politeama Greco di Lecce e domenica al Palatour di Bitritto.
Zarrillo, «L’elefante e la farfalla» parla di fragilità, del sentirsi fuori posto. Oggi si sente più elefante o più farfalla?
«Credo che nella vita esistano fasi alterne. Abbiamo tutti periodi in cui ci sentiamo più farfalle o più elefanti. E a volte, addirittura, tutte e due contemporaneamente. Era proprio questa la metafora della canzone. Nella poetica musicale spesso si esprime il malessere del vivere, come ci hanno insegnato anche gli scrittori. Si alternano momenti felicissimi, viaggi meravigliosi, serate con gli amici. Ma l’introspezione ti porta sempre a convivere con questo mistero dell’esistenza. Più il sentire è elevato e più ti rendi conto che l’essere umano deve ancora fare tanti passi avanti. Lo dimostra il mondo che stiamo vivendo. E noi siamo ancora dentro quei famosi corsi e ricorsi storici. C’è tanto da scoprire, tanto da conquistare, semplicemente dal punto di vista umano».
Le sue canzoni raramente raccontano amori vincenti. Sembrano parlare di persone che arrivano sempre un attimo dopo. È una scelta artistica o il suo destino?
«C’è una frase di Ragazza d’argento che dice: “Ma sempre viviamo per poi dirci addio”. È un po’ questo il senso. Perché o un percorso finisce, o un amore finisce, o comunque l’uomo è destinato a dire addio. Poi ci sono anche canzoni che guardano a mondi nuovi, come La notte dei pensieri. Ma la vita ha tante sfaccettature. Ci sono momenti esaltanti e momenti in cui sei costretto a soffrire. E forse proprio questo rende tutto affascinante: il fatto di dover tirare fuori il meglio da ogni viaggio, da ogni rapporto umano».
Ha dovuto dire tanti addii nella sua vita?
«Spesso. Molto spesso. Perché quando sei alla ricerca spasmodica dell’amore sei inevitabilmente più fragile. E quindi sei più portato a cercarlo, a trovarlo e poi magari a capire che non era quello giusto».
Si sente un romantico?
«Credo proprio di sì. Però sono anche musicista, compositore, una persona dinamica. In me convivono tante personalità diverse. Un po’ come nella musica: ci sono tanti generi, tante sfumature».
Lei nasce nel rock progressivo e oggi è considerato uno dei grandi cantautori italiani. Se incontrasse il ragazzo con i capelli lunghi che è stato nel 1973 cosa gli direbbe?
«Forse non gli direi molto, perché una parte di quel ragazzo continua a vivere nei miei concerti. Chi viene a vedermi ascolta uno spettacolo molto eterogeneo: c’è il pop, il jazz, ci sono momenti hard rock, momenti molto classici. Perché io ho una passione enorme per la musica antica, quella che va dal Cinquecento all’Ottocento. In canzoni come L’elefante e la farfalla o L’acrobata questa cosa si sente. C’è una scrittura che arriva anche da lì».
Ha attraversato tredici Festival di Sanremo. Che rapporto ha avuto con quella macchina?
«Ho avuto la fortuna di essere premiato dal pubblico, anche se non sempre dalla critica. Non sono mai stato uno da salotti o da pubbliche relazioni. Non mi piace stare troppo nella mischia e forse qualcosa l’ho pagata. Però poi succede una cosa curiosa: certe canzoni rimangono e altre spariscono dopo una settimana. Cinque giorni oggi la cantano anche i ragazzi. È diventata trasversale. Il pubblico poi ti insegna anche una cosa: il carro dei vincitori è sempre troppo affollato».
Cioè?
«Succede spesso che artisti prima vengano distrutti e poi osannati. Appena diventano intoccabili, cambiano improvvisamente i giudizi. Ma alla fine quello che conta è altro. Sono cinquant’anni che faccio questo mestiere e trent’anni che riempio teatri importanti. Questo lo devo solo alle canzoni e al pubblico».
Facciamo un salto nel passato, è il 1995 e lei canta da Baudo con Mia Martini e Giorgia. Si ricorda quell’incontro?
«Come faccio a dimenticarlo? Nacque quasi per caso. Pippo Baudo mi invitò a Papaveri e papere e io inizialmente ero molto restio, non amavo cantare canzoni di altri. Gli dissi “vengo se ci sono Mia Martini e Giorgia”. Dopo 10 minuti mi richiamò e disse: “Tutto fatto”. Rimasi pietrificato, e anche lusingato. Mimì era attentissima a tutto. Durante le prove avemmo persino una piccola discussione, durata cinque minuti. Poi ci abbracciammo subito. Quando dopo l’esibizione arrivò quella standing ovation ci commuovemmo tutti e tre. Io e Mimì in particolare. Fu un momento molto forte».
Oggi sta un po’ sparendo la figura del cantante?
«Di voci brave ce ne sono tantissime. Forse è cambiato il mercato discografico. Ma i cantanti ci sono eccome. Penso a Mengoni: ha una tecnica pazzesca. Oppure Mahmood, che mi piace molto. Il bel canto non è soltanto fare l’acuto. È il modo in cui esprimi la tua anima con la voce. Forse oggi vedo ragazzi che vanno avanti più per il tormentone che per la profondità del loro animo. Questo sì».
Nel 2013 ha attraversato un momento molto difficile dal punto di vista della salute. Dopo aver avuto paura cambia anche il modo di salire sul palco?
«La vita crea coincidenze molto strane. Il mio primo concerto dopo il malore fu in un palazzetto a Policoro, dove ero tornato per mettere alla prova il mio stato fisico. L’anno successivo, su quello stesso palco, a Pino Mango è successo qualcosa che ricordiamo tutti. Sono collegamenti che inevitabilmente ti restano dentro e che un po’ ti spaventano. Però col tempo ti fai forza e impari a convivere con certe paure».
C’è stato un incontro nella sua carriera che le ha cambiato la vita?
«Ne ricordo tanti e tutti hanno lasciato un tassello nel mio percorso. Uno fondamentale fu quello con Antonello Venditti. Dopo La notte dei pensieri mi ero fermato un po’. Lui, a quanto pare, si chiedeva che fine avesse fatto “quello con la barba che aveva vinto Sanremo giovani”. Mi fece cercare. Da lì è iniziato un nuovo capitolo della mia vita. Ho cominciato a lavorare con il suo produttore, Alessandro Colombini. È stato un periodo molto fortunato. Strade di Roma, per esempio, nacque in quegli anni e lui collaborò anche al testo. Poi le strade si sono un po’ separate. Ognuno ha la sua identità, il suo carattere. Però ad Antonello devo sicuramente una rinascita».
Un’immagine che riassuma il suo percorso?
«Il pubblico davanti a me. L’emozione del viaggio, delle valigie da preparare, della macchina che ti porta verso il concerto, quei cinque secondi prima di salire sul palco. Quella magia è rimasta intatta. Ed è una cosa strana: non riesci a spiegarla, ma speri che non finisca mai».
Si emoziona ancora prima di salire sul palco?
«Tantissimo. Ancora troppo.»
