Si spengono le luci sui Giochi del Mediterraneo ma non su Taranto, che anzi si riscopre bella, agli occhi dei suoi stessi abitanti. Il turbinio di emozioni è stato una montagna russa, alti e bassi volando dai commenti dei disfattisti, «è un evento minore», «non lo segue nessuno», alla corsa finale in cui le critiche, i «vedrai che non si faranno», sono state pian piano sostituite dalle espressioni di sorpresa per le meravigliose strutture che, venute su in pochi mesi, hanno cambiato lo skyline della città per sempre. Fino alle manifestazioni di orgoglio e commozione.
La città dei Due Mari, la cenerentola della Puglia, la molle tarentum di Orazio s’è riscoperta, non senza un bell’aiutino esterno, forte e bella. Ogni giorno, per due settimane, sono andate in onda alla Rai immagini meravigliose di atleti impegnati in 33 discipline con una scenografia di tramonti e mare a fare da sfondo che ha riacceso gli animi in città.
Taranto è rinata. Soprattutto è rinato, negli animi di molte persone, l’orgoglio dell’appartenenza, lo spirito di comunità, per troppi anni mortificato da infelici scelte calate dall’alto e dallo spirito fiacco e disfattista che si è sempre declinato nel «ce me ne futt a me», una sorta di «I don’t care», manifesto culturale locale, con cui si è sempre lasciato ad altri l’onere di cambiare lo stato delle cose, assumersi responsabilità.
Ora Taranto si trova volente o nolente ad un punto di non ritorno. Da un lato il destino dell’Ilva, che appare segnato, dall’altro un futuro incerto, tutto da scrivere. Certamente da abbracciare, come recita lo slogan dei Giochi (la scritta Embrace the future deve restare accesa sul ponte girevole ogni sera a ricordare la posta in gioco).
La città ha l’occasione, anzi il dovere, di uscire dalla monocultura dell’acciaio, che per troppo tempo ha imposto la narrazione della città ferita, zona di sacrificio, dove non si è mai trovato il compromesso tra lavoro e salute. Gli impianti dell’Ilva si stanno spegnendo per consunzione, non solo per una decisione della magistratura. Quelli dei Giochi si sono accesi e sono stati la miccia per accendere nuovi entusiasmi, seminare una speranza di alternative, che esistono ma vanno costruite con tempo e impegno. Ognuno deve fare la propria parte.
Gli imprenditori devono fare impresa, scommettere su nuove tecnologie. Lo Stato deve agevolare in ogni modo questo percorso di transizione. Con i Giochi ha lasciato una pesante eredità di impianti sportivi. L’augurio è che siano tenuti bene e sopratutto utilizzati dalla comunità. I nostri bambini e ragazzi hanno bisogno di fare sport all’aria aperta (e pulita), anziché passare le ore con la testa china su uno smartphone.
Un applauso va ai tantissimi volontari che hanno contribuito al successo dell’evento sportivo. Molti hanno dedicato le ferie per dare una mano, risolvere problemi, in cambio di una maglietta o poco più. Per loro la vera ricompensa è vedere migliaia di persone, tra atleti ed ospiti, parlare bene di Taranto, viverla finalmente come una città normale e bella. Tra i Due Mari c’era proprio bisogno di normalizzazione, di una nuova consapevolezza. E di sentirsi al centro del Mediterraneo, di vedere il Capo dello Stato, i presidenti di Camera e Senato, i ministri e altre autorità all’evento inaugurale, che ha consegnato alla città uno degli stadi più belli e moderni del Paese.
Ora tocca a noi. Abbiamo avuto in regalo un gioiello. Dobbiamo tenerlo bene e amarlo. E non è certo l’unico. Ci sono da tenere aperti e far funzionare due piscine olimpioniche nello Stadio del Nuoto, il PalaRicciardi, il rinnovato Centro Tennis Magna Grecia e tanti altri. I Giochi del Mediterraneo sono stati qualcosa di cui Taranto aveva disperatamente bisogno. La città si è rialzata, come l’atleta gigante che è stato protagonista della cerimonia di apertura allo Iacovone. Per due settimane si è messa l’abito da festa e si è fatta ammirare in tutto il Mediterraneo per la sua bellezza. Ora tutto questo non va vanificato.
