Ha fatto discutere una frase che, come spesso accade in Italia, è diventata miccia. Non una lettura. Non un invito alla riflessione. Una miccia, appunto. Da accendere, urlare, lanciare addosso a qualcuno. Parliamo di un passaggio del Manifesto di Ventotene, scritto nel 1941 da uomini al confino, in una delle notti più buie della storia europea. La frase, estrapolata, recita: “La proprietà privata dei mezzi di produzione deve essere abolita, limitata, corretta, estesa: caso per caso, però, non dogmaticamente secondo principio”. Una frase forte. Sì. Ma anche profondamente intelligente. Scritta in un contesto in cui la proprietà privata non era sinonimo di libertà, ma spesso di sopraffazione, di disuguaglianza strutturale, di privilegio blindato. Ed è proprio lì che sta il cuore del discorso: non dogmaticamente, ma caso per caso. E invece oggi – nel nostro Paese troppo spesso ostaggio del dibattito a colpi di titoli – quella frase viene agitata come un’arma impropria. È il rischio che corrono tutte le parole pensate per costruire, quando cadono nelle mani di chi vuole solo distruggere.
Io credo, invece, che serva una nuova attitudine. Un gesto semplice, antico, che mi porto dentro e che oggi sento urgente: meriggiare. Meriggiare non è ozio. È l’arte di fermarsi prima di giudicare. È prendere fiato, leggere, ascoltare davvero, prima di parlare. È il contrario della polemica da salotto, del post indignato, del tweet infuocato. Meriggiare è responsabilità civile. È capire che la storia non è un meme. Che le parole hanno un peso. Che i contesti non si possono ignorare.
Spinelli e Rossi non scrivevano da un comodo studio ministeriale. Scrivevano in esilio. Eppure, in quelle pagine, c’è una modernità che ancora ci sfida. Non parlavano di espropri, ma di equilibri. Non inneggiavano alla confisca, ma alla giustizia. E soprattutto ci lasciavano un metodo: niente principi rigidi, niente ideologie cieche, solo valutazioni concrete, caso per caso. Un insegnamento, questo, che i nostri Padri costituenti hanno raccolto nell’articolo 42 della Costituzione, quando hanno scritto che la proprietà è riconosciuta e garantita, ma nei limiti della funzione sociale. Cosa vuol dire? Vuol dire che non può esserci un diritto che esclude tutti gli altri. Vuol dire che nessun diritto è davvero giusto se non genera equilibrio.
C’è bisogno oggi, più che mai, di uscire da questa logica binaria che trasforma ogni riflessione in un campo di battaglia. O sei a favore o sei contro. O sei liberale o sei comunista. O sei per la proprietà privata o sei un nemico del mercato. E in mezzo? In mezzo ci sono milioni di cittadini che ogni giorno lavorano, producono, costruiscono, cercano equilibrio. In mezzo c’è la realtà, quella vera, fatta di sfumature, di esperienze, di ingiustizie da correggere ma anche di libertà da proteggere. Meriggiare, allora, diventa un esercizio di cittadinanza attiva. Un atto di responsabilità culturale. Vuol dire concedersi il lusso – oggi rivoluzionario – di capire prima di schierarsi. Di analizzare prima di replicare. Di soppesare prima di giudicare. Questo Paese ha bisogno di più silenzi consapevoli e meno grida vuote. Ha bisogno di studio, di conoscenza, di ascolto delle ragioni dell’altro. Ha bisogno di tempo. Di un tempo lento, onesto, che ricostruisca legami e non trincee.
Il Manifesto di Ventotene non è un nemico. È un pezzo della nostra storia. Un documento che ha dato slancio alla nostra libertà e alla nostra democrazia. Chi lo sventola oggi contro qualcuno, forse non l’ha mai letto davvero. O forse ha smesso di meriggiare da troppo tempo.
Bentornato,
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