Il metodo seguito per la legge di revisione del titolo IV della parte II della Carta Costituzionale è di chiaro stampo autoritario: il Governo ne ha imposto l’approvazione senza consentire alcuna modifica. Eppure la materia costituzionale, per definizione, non appartiene alla maggioranza, ma a tutti, tanto è vero che il testo sarà sottoposto a referendum senza quorum a suffragio universale.
Ma su cosa si pronunceranno i cittadini? Non si tratta affatto di una riforma della giustizia, e tantomeno del processo, men che meno delle indagini e dei procedimenti cautelari (oggetto privilegiato della propaganda governativa), ma di una radicale trasformazione della magistratura, allo scopo dichiarato di ridefinirne la struttura e il ruolo. Oggetto del referendum è l’equilibrio dei poteri disegnato dalla Costituzione, l’architrave dello Stato repubblicano faticosamente costruito dopo la caduta del fascismo a presidio della tutela dei diritti individuali e collettivi, e cioè di tutti i cittadini.
Non si tratta solo di separare le carriere di giudici e pubblici ministeri, ma anche di raddoppiare il Consiglio Superiore della Magistratura – con il conseguente aumento dei costi – di istituire un’Alta Corte disciplinare – sottraendo il relativo potere allo stesso CSM – e di escludere il diritto dei magistrati – per Costituzione, e cioè «per sempre» – a eleggere i propri rappresentanti negli organi di governo e disciplina, prevedendo il sorteggio dei relativi componenti.
Un pacchetto di «riforme» che non solo non sortirà alcun effetto positivo sull’amministrazione della giustizia, ma aggraverà i problemi che la affliggono.
L’invocata separazione delle carriere non rimedierà alle anomalie e agli errori, anche perché non incide affatto sulle norme processuali, ma renderà il PM istituzionalmente autoreferenziale. E nella fase delle indagini – dove la parità delle parti non è prevista, né è possibile – l’autoreferenzialità diminuirà le garanzie. Oggi il Pubblico Ministero è il primo giudice della legalità e della correttezza delle indagini; domani, se prevarranno i «Sì», diventerà il rappresentante degli investigatori, l’Avvocato dell’Accusa, come molti – impropriamente – lo definiscono. La terzietà del giudice, peraltro, rimarrà immutata, non dipendendo dalla carriera, ma dalla sua formazione, dall’etica individuale e dal rigoroso rispetto dell’autonomia e dell’indipendenza, anche interna: gli stessi principi che valgono per i tanti magistrati onorari giudicanti e requirenti che appartengono all’avvocatura, e cioè alla medesima professione dei difensori.
Quanto al sorteggio, questa autentica aberrazione costituzionale viene solitamente giustificata con la necessità di porre fine allo strapotere delle correnti della magistratura e, in particolare, dell’«Associazione Nazionale Magistrati», sciolta dal fascismo e ricostituita dopo la Liberazione per restituire libertà, dignità e autorevolezza a una magistratura che negli anni precedenti aveva giurato fedeltà al Duce. Il governo non è arrivato a tanto, ma mira a distruggerne la rappresentanza, riducendo il CSM a ente burocratico di pura amministrazione, deprivato anche della funzione disciplinare. Superfluo aggiungere che le correnti non svaniranno, per incanto, una volta abrogato il metodo democratico, posto che all’ANM sono iscritti quasi tutti i magistrati italiani, e quindi lo saranno, verosimilmente, anche i magistrati sorteggiati.
Sorge, pertanto, legittimo l’interrogativo: perché riformare la Costituzione e sottoporre a referendum l’ordinamento giurisdizionale?
Lo scopo programmato è quello di ridurre i controlli della magistratura sul potere politico, o meglio sull’Esecutivo. Lo hanno detto chiaramente in epoca non sospetta gli stessi artefici della proposta di revisione costituzionale, indicando la decisione della Corte dei Conti sul Ponte sullo Stretto e la controversa applicazione delle norme sull’immigrazione come casi emblematici di invadenza del potere giudiziario: ma allora che c’entrano i Pubblici Ministeri e la separazione delle carriere?
Siamo evidentemente di fronte a un raggiro.
In un contesto improntato a logiche autoritarie, i criteri di valutazione della professionalità dei Pubblici Ministeri saranno tutti interni alla corporazione, magari in rapporto agli arresti, alle richieste di rinvio a giudizio e al numero dei procedimenti definiti, indipendentemente dall’esito. Se questo dovesse accadere, con una riedizione dei protagonismi «alla Di Pietro» (ex magistrato che non a caso voterà «Sì»), è ragionevole supporre che in futuro si renderà necessario un controllo esterno per contenerne gli eccessi.
Del resto, in tutti i Paesi del mondo in cui le carriere sono separate il PM ha un collegamento più o meno diretto con il potere politico. Un rischio che il nostro Paese, evidentemente, non si può permettere.










