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Diritto & Economia

L’innocenza dell’inerzia e la colpa della scelta, il paradosso industriale del nostro Paese

Esiste un’anomalia sistemica che attraversa il dibattito industriale italiano: la tendenza a invocare soluzioni per poi condannarne, sistematicamente, l’attuazione. È un paradosso che si manifesta con puntualità scientifica davanti a ogni crisi complessa. Quando l’Esecutivo temporeggia, viene accusato di immobilismo e miopia; quando decide di tracciare una rotta, viene investito da una critica che raramente entra nel merito dei numeri, preferendo il processo alle intenzioni o il sospetto verso l’interesse di parte.

La vicenda della crisi siderurgica italiana – ma il modello è applicabile a ogni grande polo manifatturiero in sofferenza – è diventata il simbolo di questa contraddizione. Chiediamo, a parole, transizione ecologica coerente ed economicamente sostenibile, continuità produttiva e tutela dei livelli occupazionali. Eppure, ogni passo concreto verso il rilancio, ogni piano di riconversione o intervento di revamping tecnologico, viene trasformato in un bersaglio politico e mediatico.

Il costo occulto dell’immobilismo

La realtà è che le crisi industriali non si risolvono con la retorica, ma attraverso la convergenza di quattro fattori: capitale, tecnologia, competenze e governance. Ogni scelta comporta inevitabilmente un costo, in questo ambito, economico, sociale e ambientale. Non esiste la «decisione perfetta» in astratto; esiste la decisione responsabile: quella che, dati alla mano, minimizza i danni e massimizza le esternalità positive rispetto all’alternativa peggiore, che è quasi sempre l’inerzia.

Sempre più spesso, visto il livello della dialettica dei giorni attuali, l’inerzia appare come un rifugio politicamente confortevole dato che non essendoci una decisione netta non esiste neanche un risultato del quale qualcuno possa essere definito responsabile. Rinvia i conflitti, evita di esporsi e congela lo scontro tra portatori d’interesse, si pensa di rinviare cambiamenti strutturali quando invece li si sta proprio creando. Tuttavia, l’inerzia non è un vuoto d’azione, ma un alibi che ha un prezzo altissimo: erosione di asset strategici, perdita di credibilità internazionale e distruzione di filiere a valle. Mentre la politica media, il capitale globale si muove, le commesse vengono ricollocate e i mercati non attendono le nostre esitazioni.

Dallo scontro ideologico all’accountability

Quando finalmente si supera lo stallo e si indica una direzione – che sia una decarbonizzazione radicale o un partenariato pubblico-privato – scatta il riflesso condizionato del «no, non così». È giunto il momento di comprendere che non esiste un percorso che non scontenti alcuno; esiste, invece, una trasformazione che va accompagnata, difesa e, soprattutto, misurata.

Se chiediamo alla politica di scegliere, dobbiamo accettare il peso della scelta. Ciò significa aprire i cantieri, rispettare le milestone e negoziare con pragmatismo. Ma, di riflesso, dobbiamo pretendere una rigorosa responsabilità esecutiva. La soluzione non è tifare pro o contro un impianto, ma costruire un’architettura di controllo verificabile: cronoprogrammi pubblici, auditing indipendenti e dashboard di performance accessibili agli stakeholder.

Dobbiamo trasformare la polemica in accountability. Se il Governo decideva misurato con strumenti seri, dichiarati e accordati fin dall’inizio: valutazioni ex post sugli impatti ambientali, sociali e occupazionali. È questo il salto di qualità che trasforma un Paese da spettatore delle proprie crisi a protagonista del proprio rilancio.

Un nuovo patto tra Stato, industria e territorio

In questa fase di transizione, i compiti sono chiaramente definiti. L’industria ha il dovere di portare sul tavolo investimenti, tecnologie d’avanguardia e trasparenza assoluta secondo la legge, aprendo i siti al confronto costruttivo con il territorio. Il Governo ha l’onere di scegliere e reggere l’urto di tale scelta, semplificando la burocrazia ma pretendendo standard elevatissimi, sanzionando senza sconti chi non rispetta i patti.

L’Italia non ha bisogno di smettere di produrre, ma di imparare a produrre meglio. Abbiamo bisogno di un’industria tracciabile, sicura e sostenibile. Se l’Esecutivo non decide, perdiamo il treno della competitività globale. Se decide, dobbiamo smettere di trasformare ogni delibera in un processo alle intenzioni e iniziare a considerarlo un processo alle performance.

Uscire dal paradosso italiano significa riconoscere che l’inerzia è essa stessa una scelta, ed è quasi sempre la più colpevole. La scelta ponderata, ben eseguita e controllata è l’unica forma di responsabilità che un Paese adulto può e deve praticare. Perché una nazione matura non litiga con la realtà: la trasforma attraverso il coraggio della decisione.

“In un sistema industriale globale che non ammette vuoti, l’inerzia non è prudenza, ma un lento declino. La vera sovranità risiede nella capacità di decidere, misurare e rispondere dei risultati».

Anna Mareschi Danieli è Board member Danieli & C. Officine Meccaniche SpA

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