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Uomini dai destini fragili, la vita secondo Anton Čechov è orribile e meravigliosa

Quando ho letto per la prima volta Čechov avevo in testa un’idea piuttosto elementare della letteratura russa. Pensavo dovesse essere tragica, monumentale. Gente che si confessa sotto la neve, ufficiali che perdono fortune al tavolo da gioco, santi, assassini, duelli, delirî religiosi. Poi arriva un uomo che racconta uno starnuto. Uno starnuto, e basta. Un funzionario spruzza involontariamente un generale a teatro, si vergogna, chiede scusa troppe volte, entra in una spirale di umiliazione e alla fine muore. Fine del racconto. Può sembrare quasi una presa in giro è invece uno dei testi più spaventosi mai scritti sulla paura sociale.

Čechov possiede questa qualità rara: prende qualcosa di minuscolo e lo trasforma in una radiografia morale. In La vita è orribile e meravigliosa, la raccolta pubblicata da Neri Pozza con traduzione di Sophia Simo e introduzione di Paolo Nori, la sensazione è continua. Ogni racconto sembra partire da un dettaglio – una bicicletta, una custodia, una visita, una frase pronunciata a bassa voce – e poi allargarsi lentamente fino a contenere qualcosa di enorme: il terrore del giudizio, l’inerzia della provincia, la servitù volontaria, il desiderio di sparire dalla vita per evitare il dolore.

L’uomo che voleva chiudersi

Belikov, protagonista de L’uomo nell’astuccio, insegna greco antico e vive come se il mondo fosse una contaminazione permanente. Custodie, ombrelli, finestre chiuse, colli rialzati, regole, circolari ministeriali: tutto serve a tenere lontana la vita. Čechov descrive questo professore con una precisione clinica. Le calosce, l’ovatta nelle orecchie, gli occhiali scuri. Oggetti. Sempre oggetti. In Čechov il carattere passa dal mobilio.

La cosa straordinaria è che Belikov fa ridere e mette angoscia nello stesso momento. Gli altri insegnanti lo sopportano, poi iniziano a temerlo, infine si lasciano modellare da lui. Una città intera modifica il proprio comportamento per adattarsi alla nevrosi di un uomo mediocre. Čechov capisce prima di molti altri scrittori che la paura è contagiosa. E che le persone prudenti possono produrre disastri enormi.

Quando arriva Varen’ka, con la sua voce alta, le canzoni ucraine e quella bicicletta scandalosa, il racconto cambia temperatura. Lei ride troppo. Cammina troppo velocemente. Occupa spazio. Sembra arrivare da un altro libro. La sua risata finale, davanti a Belikov che precipita dalle scale, è uno dei suoni più crudeli della letteratura russa.

Il medico e il corpo umano

Čechov era un medico. Questa informazione compare in quasi tutti gli articoli che lo riguardano e spesso viene trattata come una curiosità biografica elegante, alla maniera di «sapete che Conan Doyle faceva l’oculista?» In realtà il fatto decisivo è un altro: Čechov guarda gli esseri umani come qualcuno che ha visto troppi corpi stanchi.

Nei suoi racconti la psicologia passa continuamente dalla fisiologia. Sudore, tosse, insonnia, facce pallide, occhi infossati, mani nervose. I personaggi pensano col sistema nervoso. Persino il potere, in Čechov, è fisico. Il generale di Morte di un impiegato terrorizza il suo subordinato senza fare praticamente nulla. Una smorfia, un labbro morsicato, una pausa. Tanto basta.

Paolo Nori, nell’introduzione, racconta di avere creduto a lungo che Čechov fosse privo di compassione. Poi, leggendo le lettere, ha capito che la sua pietà consisteva precisamente nel trattenersi dal giudicare. Mostrare gli uomini «come sono», scrive Čechov. Una formula semplice. Anche terribile, in fondo. Perché gli uomini, quando li si guarda davvero, risultano quasi sempre meschini, impauriti, contraddittori.

La vita orribile e meravigliosa

Il titolo della raccolta contiene la polpa dell’autore russo. «La vita è orribile e meravigliosa». Le due cose insieme. Sempre. Nei racconti maturi non esiste consolazione definitiva, ma neppure disperazione assoluta. Esiste una specie di luce fredda, intermittente, che illumina per un attimo la miseria umana e subito dopo la rende quasi sopportabile.

Forse è questo che rende Čechov così moderno. Non offre soluzioni, diagnosi ideologiche, sistemi morali. Guarda. Registra. A volte ride. Molto spesso sospira. E mentre racconta uomini che sprecano la propria esistenza in uffici, scuole provinciali, matrimoni infelici o conversazioni inutili, riesce a produrre un effetto paradossale: fa venire voglia di vivere con maggiore attenzione. Che poi è una delle cose più straordinarie che la letteratura possa fare.

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