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“La sera che arrivai al Café Gijón”, Umbral: quando la letteratura era una stanza piena di fumo

È un qualunque sabato sera del 1961, quando Francisco Umbral arriva al Café Gijón. Non fa nulla di memorabile, entra, si siede e guarda la porta. È appena arrivato a Madrid, non ha ancora trent’anni e non possiede nemmeno una macchina per scrivere, anche se già si presenta come periodista. Porta con sé quel misto di ambizione e timidezza che hanno i provinciali quando arrivano nella capitale.

Non conosce quasi nessuno, ma conosce «i nomi». Sono quelli che ha letto sui giornali, quelli che popolano le pagine culturali: Vicente Aleixandre, César González Ruano, Camilo José Cela. Ogni volta che la porta del caffè si apre, alza lo sguardo.

Forse è entrato uno di loro. Forse sta per assistere a una scena decisiva, qualcosa che giustifichi il viaggio, la città, la vocazione. E invece non succede niente. Entrano impiegati, studenti, clienti abituali. Ma Umbral resta seduto lo stesso.

Col tempo capirà che la vita letteraria comincia spesso così: aspettando. Il Gijón diventa subito il suo porto. A Madrid, scriverà più tardi, per strada non si era nessuno, e così si finiva tutti lì, al Café Gijón, per sentirsi qualcuno. La sera che arrivai al Café Gijón (Medhelan) nasce da questa esperienza elementare: un giovane che entra in un caffè e scopre che la letteratura non abita solo nei libri, ma anche nei luoghi.

Una redazione senza muri

Il Gijón degli anni Sessanta e Settanta era una specie di redazione informale. Si arrivava nel pomeriggio e si restava fino a sera, tra giornali spiegazzati e tazze di caffè ormai freddo. Le conversazioni scivolavano rapidamente dalla politica ai premi letterari, dagli editori ai pettegolezzi di redazione. La letteratura passava di tavolo in tavolo come una moneta invisibile.

Tra quei tavolini circolavano figure che oggi hanno il peso della storia culturale spagnola. Uno su tutti, Camilo José Cela. Lo sguardo austero, il capello lucidato all’indietro, la sigaretta sempre accesa: quando entrava lui, il caffè cambiava temperatura. Parlava forte, gesticolava, occupava lo spazio come se fosse un palcoscenico.

Non era necessario che dicesse qualcosa di particolarmente brillante: bastava la sua presenza a orientare la conversazione. Umbral lo osserva con l’attenzione di chi sta studiando un ambiente nuovo, registrando gesti, posture, piccole crudeltà. La vita letteraria, però, aveva anche una sua economia minuscola. Al Gijón si organizzavano letture pubbliche: racconti o poesie letti davanti agli amici e agli habitué del caffè. Il compenso era fisso, quasi rituale: cinquecento pesetas lorde. Non era molto, ma per un giovane autore significava entrare davvero in quel circuito. Avere un pubblico, anche piccolo, e un posto riconoscibile dentro quella geografia informale della cultura madrilena.

La tana dell’intellettuale

Nelle pagine di Umbral il Gijón vive e respira, si muove e scalpita. Evolve. Attorno ai tavoli passano pittori, giornalisti, donne tratteggiate con il senso della pittura, poeti e prosatori che scrivono come se dovessero dipingere. Tutti finiscono dentro la prosa di Umbral, che li trasforma in personaggi con una naturalezza quasi predatoria. Non li ritrae soltanto: li rielabora, li usa, li piega alla propria idea di letteratura. Fra quelle presenze compaiono anche figure più effimere ma non meno luminose. Le modelle, per esempio, che arrivano nel primo pomeriggio dai vicini atelier di moda e attraversano il caffè come un’apparizione improvvisa: «Le modelle erano come uno stormo di uccelli migratori e agili che, per qualche momento, avevano interrotto il volo sul pantano del Gijón e posavano sui toni ocra spenti del locale una sontuosità da volatili esotici, il lusso dei loro occhi incastonati sul velluto, le gambe lunghe come strumenti musicali e un profumo che era come piume delicate e invisibili emanate dalla loro avvenenza».

Ma accanto alle figure eleganti e ai nomi destinati a restare nella storia, il Gijón ospita anche una fauna più aspra. Sono gli «odiatori professionali», come li chiama Umbral, presenze inevitabili in ogni ambiente di lavoro e di ambizione. Entità che osservano con diffidenza chiunque sembri aver trovato la propria strada. Eppure, con l’ironia tipica dello scrittore, Umbral nota che spesso finiscono per ottenere l’effetto opposto: la loro ostilità, paradossalmente, rafforza proprio l’immagine di chi vorrebbero colpire. Il Café Gijón diventa così il vero protagonista del libro. Un piccolo universo stabile dentro una città che cambia.

Gli scrittori arrivano giovani, cercano un posto, qualcuno lo trova, altri scompaiono senza lasciare traccia. Il caffè continua a esistere, indifferente e accogliente allo stesso tempo. Riletto oggi, il libro restuisce tutta una sua malinconia «alleniana». Non perché racconti un’età dell’oro – Umbral è troppo lucido per indulgere nella nostalgia spiccia – ma perché restituisce un modo di vivere la cultura che sembra estinto.

Le idee nascevano lentamente, tra una discussione e il fumo di tabacco, molto prima di prendere forma su carta. In questo senso La sera che arrivai al Café Gijón è anche la storia di una formazione. Non quella accademica, ma quella che si riceve dagli altri. Umbral entra in quel caffè con poche certezze e ne esce con una consapevolezza: la letteratura è fatta anche di incontri, rivalità, complicità improvvise.

Alla fine il Café Gijón non è soltanto un luogo della Madrid letteraria. È una soglia narrativa. Il punto in cui un giovane che arriva da fuori – con qualche racconto in tasca e molta incertezza – scopre che la letteratura non è solo un gesto solitario. E tutto comincia con una scena semplice: un ragazzo seduto davanti a una tazza di caffè che guarda la porta e aspetta che entri uno scrittore. In quel gesto minimo c’è già tutto il romanzo della vocazione.

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