Certe rivoluzioni, quando la televisione decide di celebrarle, rischiano di sembrare innocue. Disinnescate dall’archivio, dalle immagini sgranate, dalla nostalgia. Eppure, parlando con Renzo Arbore, si capisce subito che «L’altra domenica» non appartiene alla categoria dei programmi da museo: resta, ancora oggi, un atto di libertà. Una frattura nel linguaggio, nel costume, perfino nel modo di immaginare il pubblico.
Da lì il discorso scivola naturalmente verso la scuola genovese, verso Luigi Tenco, Fabrizio De André, Bruno Lauzi. E soprattutto verso Gino Paoli, scomparso qualche giorno fa, amico e nume tutelare di una stagione in cui la canzone italiana trovava la sua voce.
Arbore, questo weekend la Rai celebra i cinquant’anni de «L’altra domenica» con una lunga maratona di filmati su Rai Storia. Che cosa fu davvero quel programma?
«Fu rivoluzionario. È nato prima di Domenica In, creato apposta per fare concorrenza a L’altra domenica. Noi siamo partiti a marzo e abbiamo avuto tanto successo che Rai Uno, per rispondere, ha inventato Domenica In, con la stessa durata: un programma domenicale che iniziava alle due e finiva alle otto. Era sport e spettacolo. Poi lo sport ha richiesto attenzioni che non andavano d’accordo con lo spettacolo e quindi ci siamo divisi. Sono stati anni incredibili».
Il suo programma ha cambiato il linguaggio della televisione italiana. Ripensandoci oggi, le sembra più un gesto di libertà o un atto di incoscienza?
«Di una libertà straordinaria. Era il primo programma di Rai 2 pensato per competere davvero con Rai 1, che fino a quel momento era l’unica a comandare. A un certo punto si è cominciato a fare qualcosa di nuovo: i talk show, Portobello. E poi il pubblico: l’ho scelto io. Come i vecchi commedianti. Ragazzi, professionisti, gente informata. Non il pubblico casalingo di Rai 1. Basti dire che loro non avevano donne che presentavano: c’erano solo le vallette».
Un’altra idea di televisione.
«C’erano molte cose inedite: le “ragazze parlanti”, non decorative ma giornaliste; i collegamenti da Milano, New York, Parigi; i quiz a casa, il “da dove chiama?”. Il trio delle Sorelle Bandiera, la musica dal vivo, i concerti».
In quegli anni la musica entrava in televisione senza chiedere permesso.
«Sì, e la scuola genovese era la mia prediletta, anche perché veniva guardata con diffidenza dalla tradizione. Umberto Bindi, Gino Paoli, Luigi Tenco, Bruno Lauzi, Gianfranco Reverberi. Erano tutti amici miei. Fabrizio De André, per esempio, ha concesso a L’altra domenica la sua unica intervista. Lauzi ha debuttato con noi. Paolo Conte uguale».
Luigi Tenco che persona era, lontano dal mito?
«Un grande artista, un ragazzo intelligente. Quando arrivò a Roma diventammo molto amici. Ho seguito tutta la sua permanenza romana. Insieme abbiamo scoperto Patty Pravo, al Piper».
E Gino Paoli?
«Quando ho sentito la sua voce ho capito subito che era uno importante. Io ero l’unico che faceva il dj per i giovani alla radio e Speciale per voi in televisione, quindi sono stato il primo a ospitarlo, insieme a Ornella Vanoni».
Si ricorda il primo incontro?
«Credo fosse in trasmissione da me. Era il 1969».
Che tipo di amicizia era la vostra?
«Eravamo molto vicini. Come con Tenco e Lauzi. C’era una grande simpatia tra noi».
Paoli è stato spesso definito un irregolare.
«Era uno fuori ordinanza. Viveva nella sua dimensione, non era mai banale, gli piacevano le cose diverse».
C’è un ricordo che la riporta subito a lui?
«Una trasmissione con la mia Orchestra Italiana, che era agli inizi. Proposi di invitare Ornella Vanoni e Gino Paoli. Vennero in due momenti diversi: Ornella cantò Anema e core, Gino ’O paese d’ ’o sole».
Se uno volesse capire Paoli, da dove dovrebbe partire?
«Da La gatta. Mi colpì subito, nel 1958. E poi naturalmente Il cielo in una stanza».
Quanto ha contato nel suo percorso il rapporto con Ornella Vanoni?
«È stato fondamentale. Senza fine, che ha scritto per lei, è un capolavoro. Erano due interpreti intelligenti, colti, che non facevano musica per soldi ma per esprimere qualcosa».
Pensa che con la sua scomparsa si chiuda una stagione del cantautorato italiano?
«Assolutamente. Figure come lui, per ciò che ha lasciato, sono irripetibili».
Se dovesse raccontarlo senza parole, solo con un’immagine?
«Gino che si immerge nel mare, tra Bordighera e Boccadasse, a guardare i pesci. Non per pescarli: solo per guardarli. Era fatto così».









