Cinquant’anni dopo, Nino D’Angelo è ancora lì dove tutto è cominciato, davanti al suo popolo. Non quello delle mode o dei salotti buoni, ma quello che riempie i palasport e tramanda le canzoni di padre in figlio. Il tour «I miei meravigliosi anni ’80… bis!» va oltre l’operazione nostalgia: è la celebrazione di un percorso nato ai margini e diventato fenomeno del Paese. Lo incontriamo alla vigilia della tappa al Palaflorio di Bari, tra ricordi, rivoluzioni e un sogno che oggi ha il volto di suo figlio.
Partiamo dal tour: 50 anni di carriera, «I miei meravigliosi anni ’80… bis!». Due anni di festa sono tanti?
«È stato un grande successo e abbiamo dovuto ripeterlo per forza. L’anno scorso c’è stata una bellissima opportunità al Maradona e da lì è nato tutto: quella serata è diventata una tournée che è andata avanti per tutto l’anno. Adesso la chiuderemo a Pompei, negli Scavi, in un teatro meraviglioso. È una bella notizia per me, mi sto divertendo come un matto».
Domani sarà a Bari. Che rapporto ha con la città?
«A Bari l’incontro più bello è sempre con i fan. Sono caldi come i napoletani, incredibili. Ogni volta, per uscire dal teatro, mi devono quasi far scappare in macchina. Bari la conosco solo di notte, perché di giorno non posso camminare: il mio pubblico è molto passionale nei miei confronti, mi ama troppo».
«Il popolo delle sue canzoni», come lo chiama lei. Ma chi è quel popolo?
«La gente. Io vengo dal popolo, dagli ultimi. Ma non dagli ultimi che saranno primi: dagli ultimi che non si vedono proprio. La luce me l’ha data questa massa di persone. Sono quelli che come me contano poco, quelli che contano solo quando vanno a votare perché hanno famiglie numerose. Questo popolo è grande, cresce con me, si riconosce nelle mie canzoni, soprattutto in quelle degli anni ’80. Oggi ai miei concerti vedi tre o quattro generazioni insieme. È una cosa bellissima».
Facciamo un passo indietro, è il 1976, pubblica «’A storia mia». Immaginava di diventare il simbolo di un’epoca?
«No, assolutamente. Era il mio sogno, ma non immaginavo che si sarebbe realizzato così».
A quel tempo veniva dalla sceneggiata.
«Ho iniziato con la sceneggiata e il re incontrastato era Mario Merola. Quando disse in televisione che c’era un solo ragazzo che avrebbe potuto prendere il suo posto e fece il mio nome, da quel momento mi si sconvolse la vita. Però io non volevo essere solo la sceneggiata: volevo cantare per i ragazzi della mia età. Così mi sono fermato, ho cambiato tutto. Sono diventato il cantautore col caschetto. È stata una scelta precisa».
Il caschetto biondo che è poi diventato un’icona. Fu una scelta studiata?
«No, nacque per caso. Non mi sentivo bello, non mi sentivo un “pezzo d’uomo”. Enzo, il mio barbiere, mi disse: “Facciamo un bel caschetto”. Io ero scettico, ma alla fine accettai. E andò bene».
Negli anni ’80 ha introdotto l’elettronica nella canzone napoletana. Si sente un rivoluzionario?
«Lo ero. Ma c’era troppo pregiudizio. Una parte di Napoli e dell’Italia non voleva quella rivoluzione. I conservatori della musica non la accettavano. E invece quel ragazzo col caschetto fece una rivoluzione nella canzone napoletana».
Si è sentito ostacolato?
«Mi ha capito solo il pubblico. La critica non era favorevole. Ma i numeri sì: facevo numeri da capogiro, con i dischi veri, non con gli stream. I miei dischi non si trovavano nei negozi, c’era razzismo anche musicale. Li vendevano per strada i cosiddetti “falsari”. È grazie a loro se sono arrivato in tutta Italia. Mi hanno danneggiato economicamente, ma mi hanno fatto conoscere».
Ha definito il suo primo Sanremo un’esperienza da «immigrato musicale». Perché?
«Perché non mi voleva nessuno. Non volevano il dialetto. Mi chiesero di tradurre il ritornello in italiano. Dovevo vincere il Premio della Critica, poi non me lo diedero per un voto».
In quel periodo però, tanti personaggi del mondo culturale la apprezzavano.
«Sì. Pino Daniele, quando mi ha conosciuto, ha trovato qualcosa in me. Mi fece andare a casa sua, mi fece conoscere la sorella, mi fece cantare con lui a Piazza del Plebiscito. Poi c’è stato Goffredo Fofi, che è andato in fondo a quello che facevo e mi ha dato una luce nuova agli occhi della critica. Da lì è nato un percorso diverso. Ho tolto il caschetto, sono diventato quello che sono oggi. Poi ho conosciuto Lucio Dalla e tanti altri. È stato un cammino difficile, ma alla fine sono riuscito ad arrivare dove volevo».
Ha seguito l’ultimo Festival di Sanremo?
«Di solito lo guardo solo durante la finale. Quest’anno l’ho trovato povero, senza nulla di nuovo. Trenta canzoni sono troppe, non è più il Festival della canzone ma dei personaggi. La serata dei duetti ormai non è più una novità: è una cosa che fanno tutti, sembra un programma qualunque».
Ha vinto Sal Da Vinci.
«Io Sal lo conosco da quando era piccolo. Faceva le sceneggiate con suo padre. È un bravo cantante e ha fatto anche canzoni più belle di quella con cui ha vinto Sanremo. Però ben venga quel successo: grazie al Festival oggi lo conoscono tutti».
Lei ci tornerebbe?
«Solo per un premio alla carriera, non in gara. Ho avuto le mie soddisfazioni. Non devo dimostrare più niente a nessuno».
Qual è il prossimo sogno di Nino D’Angelo?
«Vorrei il meglio per mio figlio Toni. Mi ha fatto il regalo più bello che un padre possa ricevere girando il docufilm Nino. 18 giorni. Essere raccontato da un figlio è una cosa troppo bella. Io quel film non riesco nemmeno a vederlo, mi fa piangere. Ha appena vinto il premio Sezione Speciale Musica ai Nastri d’Argento 2026: una soddisfazione enorme. Spero che continui così, perché è un grande regista. Oggi il mio sogno è vedere lui realizzarsi».









