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All’ombra del Risanamento, la Napoli di Diego Lama nel sangue degli architetti

Ne Il sangue degli architetti di Diego Lama il crimine non arriva come un incidente ma come una forma di linguaggio. Il romanzo si apre con un gesto che ha qualcosa di rituale: un pacco lasciato davanti alla porta del commissario Veneruso contiene un orecchio umano. L’uomo lo raccoglie con una calma quasi surreale, lo…
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Ne Il sangue degli architetti di Diego Lama il crimine non arriva come un incidente ma come una forma di linguaggio. Il romanzo si apre con un gesto che ha qualcosa di rituale: un pacco lasciato davanti alla porta del commissario Veneruso contiene un orecchio umano.

L’uomo lo raccoglie con una calma quasi surreale, lo annusa, lo avvolge in un fazzoletto e lo mette in tasca. Non è soltanto un indizio. È un messaggio, una dichiarazione di metodo. Qualcuno ha deciso di parlare attraverso il corpo, di trasformare la violenza in un sistema di segni. Fin dalle prime pagine è chiaro che Lama non sta scrivendo semplicemente un giallo ambientato nel mondo dell’architettura. Sta costruendo qualcosa di più ambizioso: un romanzo sulla relazione tra forma e potere, tra progettazione della città e immaginazione del delitto.

Non a caso la struttura stessa del libro è organizzata come un percorso attraverso stili architettonici – dal neogotico al floreale – quasi che l’indagine proceda attraversando le stanze di un edificio simbolico. Al centro della storia c’è Napoli alla fine dell’Ottocento, negli anni in cui la città viene investita dal grande progetto di modernizzazione noto come Risanamento. Quartieri popolari vengono demoliti, nuovi assi urbani ridisegnano lo spazio pubblico, la città prova a reinventarsi sotto la pressione di una modernità che promette ordine e progresso. In questo passaggio storico si muovono gli architetti del romanzo, figure ispirate anche a personaggi realmente esistiti come Lamont Young, il visionario progettista che immaginò una Napoli attraversata da una metropolitana sotterranea e da nuovi quartieri moderni.

La vanità del progetto

Gli architetti di Lama non sono soltanto professionisti ma interpreti di un’idea molto ottocentesca di genio creativo. Vogliono lasciare un segno, incidere la propria visione nello spazio della città. In questo senso il romanzo si inserisce in una tradizione narrativa che vede nell’architetto una figura profondamente ambigua: artista e ingegnere, visionario e imprenditore, costruttore e distruttore allo stesso tempo. Lama, che architetto lo è davvero, conosce bene la psicologia di questo ambiente. Nel libro l’architettura diventa una metafora della competizione umana.

Ogni progetto è una sfida, ogni edificio un gesto di potere. Il risultato è una galleria di personaggi attraversati da ambizioni, rivalità e risentimenti che sembrano quasi inevitabili in un mondo dove la gloria professionale passa attraverso la trasformazione materiale della città. Dentro questo sistema di tensioni si muove il commissario Veneruso, investigatore ironico e malinconico che osserva l’indagine con uno sguardo quasi antropologico. Non è un detective deduttivo alla maniera classica. È piuttosto un interprete di segni. Il suo lavoro consiste nel capire quale logica simbolica governi quei resti umani che qualcuno continua a disseminare come messaggi.

Il disegno del corpo

Il tratto più sorprendente del romanzo è proprio questo: il modo in cui Lama trasforma il macabro in una grammatica narrativa. Le «frattaglie umane» diventano elementi di una costruzione progressiva, come se l’assassino stesse letteralmente progettando il proprio crimine. In questa prospettiva il giallo si avvicina a una riflessione più ampia sulla natura della città moderna.

L’urbanistica ottocentesca nasce dal desiderio di ordine: aprire strade, allineare facciate, disciplinare lo spazio urbano. Ma ogni tentativo di imporre una forma alla città porta con sé una violenza implicita: demolire quartieri, spostare popolazioni, cancellare tracce del passato. Il romanzo suggerisce così una tensione che attraversa tutta la storia di Napoli: lo scontro tra due città, una che vuole cambiare e una che resiste al cambiamento. Anche il commissario Veneruso, con il suo sguardo diffidente verso le grandi trasformazioni urbane, sembra appartenere a quest’ultima. È in questo equilibrio tra intrigo narrativo e riflessione culturale che Il sangue degli architetti trova la sua voce. Lama utilizza i meccanismi classici del giallo – indizi, sospetti, rivelazioni progressive – per raccontare qualcosa di più ampio: la vanità di chi crede di poter dominare lo spazio e il tempo attraverso un progetto.

Alla fine, quando la trama si chiude e i segreti emergono, resta soprattutto un’immagine. Quella di una città che cambia pelle e di uomini che cercano disperatamente di lasciare il proprio segno dentro quella trasformazione. Gli architetti progettano edifici. Ma, come il romanzo suggerisce con elegante crudeltà, a volte finiscono per progettare anche i propri fantasmi.

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