Quasi trent’anni di musica sul territorio, nomi di caratura internazionale, oltre trecento concerti organizzati, l’ultimo, venerdì scorso in un contesto territoriale non sempre attento a proposte musicali “alternative”.
È il “pedigree” del San Severo Jazz Festival diretto da Antonio Tarantino, forse l’ultimo dei mohicani quando si parla di jazz in Capitanata. Intervistato, il direttore artistico della rassegna – quest’anno all’undicesima edizione – ha parlato della sua attività sul territorio.
Cosa vuol dire organizzare una rassegna così longeva in una città come San Severo?
«San Severo è una grande e bella città, anche se poi ci troviamo a leggere episodi di cronaca nera che si verificano un po’ in tutta Italia»
Ma è quello che balza all’ attenzione dell’opinione pubblica?
«Una minoranza non può cancellarne le virtù, come la mia associazione Amici del Jazz San Severo che presiedo e opera da 27 anni. Da dodici poi, collaboriamo con lo Spazio Off di Paola Marino, con ancora più energia. Di certo non è cosa facile organizzare rassegne di spessore nelle realtà periferiche, ma siamo ancora qui».
Quali difficoltà ha causato il covid?
«L’unica difficoltà è stato chiudere il sipario per il lockdown nazionale imposto, e quindi annullare quanto era già stato programmato con l’aggravio delle spese e dei costi anticipati senza alcun ristoro economico. E poi, il silenzio, il distacco dalle persone e dalle relazioni interpersonali che erano e sono la nostra forza».
È cambiato il pubblico prima e dopo la pandemia?
«Prima c’era un pubblico molto affezionato, aggiungerei amici che ci seguivano da anni. Dopo è un po’ cambiato, nel senso che nei primi tre eventi della rassegna in corso, pur avendo registrato il sold-out, si è riscontrata una diminuzione del pubblico tradizionale, forse ancora impaurito dalle normative».
Ma comunque non tutto è negativo?
«Infatti. D’altro canto, si è aggiunta una platea di volti nuovi e questo ci rende molto felici».
La cultura può realmente educare le persone alla bellezza? E se sì, in che modo?
«La cultura è tutto, arricchisce lo spirito e l’anima. Ma ha bisogno anche e soprattutto di spazi, sostegni, di quanto necessita per creare e promuovere iniziative».
Ci sono gli spazi per farlo?
«San Severo dispone di un bellissimo e grande teatro che tanti ci invidiano ma la sua attività non può limitarsi a una semplice campagna teatrale di dieci spettacoli promossa da una amministrazione comunale assente e non interessata ad ampliare e a ospitare le poche associazioni di rilievo. Si preferisce tenerlo chiuso per mesi, insieme a tante altre strutture e spazi che la città dispone».
La Capitanata ha una storica tradizione jazzistica: è ancora viva?
«Certo. Come non ricordare il grandioso Festival Jazz di Foggia, uno dei primi in Italia che ha anche influenzato la nascita di grandi artisti come Renzo Arbore, Gegè Telesforo, la prestigiosa orchestra di Ninni Maina, la Taverna del Gufo e tanti altri. Il Moody Jazz Club di Nino Antonacci, Il Festival di Orsara, Il Giordano In Jazz: stupende realtà che hanno fatto la storia per poi sciogliersi come neve al sole. Al momento, l’unica realtà presente in provincia è il San Severo Winter Jazz Festival».
Tra i tanti concerti organizzati, quali i più importanti?
«Forse Kenny Wheeler (il primo concerto, nel 1995), ma anche Lee Konitz, Mark Murphy, Paolo Fresu, Enrico Pieranunzi, Elvin Jones, Steve Lacy e tanti ancora».
E quando qualcuno dice “chi te lo fa fare”?
«Rispondo che posso ritenermi privilegiato, stare in giro con grandi artisti non è cosa di tutti i giorni, senza contare le tantissime opportunità che hanno arricchito il mio bagaglio».