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Hollywood, Coogler contro Anderson: la corsa agli Oscar ’26 è già iniziata

La corsa agli Oscar 2026 è iniziata come sempre: tutti parlano di cinema, nessuno ammette che si tratta di potere. Di chi può vincere, certo, ma soprattutto di chi è autorizzato a vincere. Il resto è decorazione, red carpet, narrativa edificante, comunicati stampa che fingono entusiasmo mentre trattano consenso. Quest’anno il duello è limpido come non succedeva da tempo, ed è quasi imbarazzante per quanto racconti Hollywood meglio di qualsiasi discorso di ringraziamento pronunciato con la voce incrinata e la statuetta in mano.

Da una parte «One Battle After Another», kolossal morale firmato Paul Thomas Anderson, con Leonardo DiCaprio nel ruolo dell’uomo giusto immerso in un mondo sbagliato, incarnazione perfetta del liberalismo cinematografico che piace all’Academy. Dall’altra «Sinners», horror storico, politico e feroce, diretto da Ryan Coogler come se stesse girando non un film, ma un atto d’accusa. Due film diversissimi, una sola domanda che nessuno osa formulare apertamente: l’Academy vuole premiarsi o correggersi? Perché «One Battle After Another» è esattamente il tipo di film che Hollywood ama quando vuole sentirsi dalla parte giusta senza rischiare nulla.

È grande, è serio, è ben recitato, è moralmente rassicurante, perfino elegante nel suo modo di dire tutto senza dire troppo. «Sinners», al contrario, è un film che non chiede permesso: sporca le mani, alza la voce, mette il blues dentro l’horror e l’orrore dentro la Storia americana. È più radicale, più vivo, più pericoloso. Ed è proprio per questo, sospettosamente, che potrebbe fermarsi a un passo dal traguardo.

Il cinema come alibi

La stagione dei festival ha chiarito il resto, come sempre prima dei premi. A Toronto il pubblico ha incoronato «Hamnet» di Chloé Zhao, melodramma elegante sul lutto e sull’amore, con una «Jessie Buckley» che sembra recitare con il cuore aperto e le mani immerse nella materia del dolore. È il film che piace perché non disturba, perché commuove, perché trasforma la sofferenza in una forma accettabile, condivisibile, votabile. È anche, non a caso, il più facile da amare. A Cannes, invece, ha fatto più rumore «Sentimental Value» di Joachim Trier, cinema europeo che parla di famiglia, arte e fallimento con una precisione che Hollywood finge di cercare ma evita accuratamente quando arriva il momento di scegliere davvero. Trier scava. E quando scavi, qualcosa viene sempre fuori, anche se non è quello che ti rende popolare.

Sul fronte attori, la sensazione è la stessa: tutto sembra già scritto, ma nulla è davvero innocente. Timothée Chalamet corre forte con «Marty Supreme», ed è il volto perfetto di un’industria che vuole sembrare giovane restando identica a se stessa, ribelle nel marketing e prudente nel voto. DiCaprio è il monumento che non si discute più, la statua prima della statua. Michael B. Jordan, protagonista di «Sinners», è la vera cartina di tornasole: se vince lui, qualcosa si è mosso davvero. Se perde, nessuno potrà dire di essere sorpreso, solo un po’ meno ipocrita.

Tutti in piedi

Gli Oscar non premiano il miglior film: premiano la miglior versione che Hollywood riesce a raccontare di sé, anno dopo anno, senza guardarsi troppo allo specchio. Nel 2026 quella versione è a un bivio che sembra narrativo ma è profondamente politico. Può scegliere il film che conferma, o quello che mette in crisi. Può votare Anderson e sentirsi progressista. Oppure Coogler e dimostrarlo, accettando il rischio di non piacersi del tutto. Il resto – campagne milionarie, sorrisi calibrati, standing ovation programmate e lacrime teleguidate – è solo rumore. La statuetta, come sempre, dirà la verità che nessuno vuole ammettere.

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