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Giorgio Pasotti riporta Otello a teatro: «Il mio personaggio è un uomo senza strumenti emotivi» – L’INTERVISTA

I classici, a un certo punto, smettono di essere testi e diventano specchi. L’Otello di Shakespeare, nella lettura di Giorgio Pasotti, è uno di questi: non una tragedia lontana, ma una storia che parla con crudezza al presente. Gelosia, possesso, incapacità emotiva: parole che oggi non appartengono più soltanto alla letteratura, ma alle cronache quotidiane. Pasotti lo affronta riducendo il testo all’osso e riportandolo all’urgenza di un’educazione sentimentale mancata, là dove il teatro può ancora farsi spazio di responsabilità.

Pasotti, Otello è un personaggio che conosciamo da secoli. Da dove nasce, per lei, l’urgenza di renderlo non un monumento tragico ma un uomo riconoscibile?

«L’idea è stata proprio quella di riproporre un’opera che oggi risulta tragicamente attuale. La violenza sulle donne è sempre esistita, ma un tempo era un’affermazione di potere; oggi è percepita come uno sfogo, come un malessere che l’uomo porta dentro di sé e che scarica su qualcun altro. Otello, da questo punto di vista, è drammaticamente contemporaneo. Abbiamo cercato di avvicinare questa storia alle nuove generazioni: ho abbassato l’età dei protagonisti per renderli più identificabili, soprattutto per quel pubblico giovane che a teatro spesso non va e che fatica a riconoscersi nei classici».

In questo allestimento la gelosia non nasce come un’esplosione improvvisa, ma come incapacità di abitare un’emozione. È così che ha letto Otello: non come un mostro, ma come un uomo emotivamente analfabeta?

«Assolutamente. Il mio è un Otello giovane, che non ha la capacità analitica e l’esperienza di vita per venire a capo di un problema come la gelosia. È un uomo forte nella carriera, sicuro nel ruolo pubblico, ma estremamente fragile nella sfera privata. Gli manca il vissuto, la maturità emotiva per gestire qualcosa che, se affrontato con lucidità, potrebbe essere anche semplice. Proprio questa mancanza rende il sentimento devastante».

Lei parla di un’opera «tragicamente attuale». In quale punto il testo di Shakespeare le è sembrato più vicino al presente?

«Il nostro testo è portato all’osso. Abbiamo tolto qualsiasi orpello rispetto all’originale e siamo andati dritti al punto critico, quello della gelosia. Due giovani che si amano e che, per un errore apparentemente minimo, danno vita a qualcosa di incontrollabile. Anche la messa in scena segue questa linea: è una narrazione molto diretta, quasi cinematografica. Ci sono tappeti che scorrono sul palcoscenico e uno specchio inclinato che permette al pubblico di vedere luoghi diversi, come se fossero inquadrature. È come voltare pagina: dall’incontro, all’amore, fino all’epilogo tragico».

Lei è geloso?

«No, assolutamente. Considero la gelosia una forma di instabilità psicologica, ovviamente quando viene portata agli eccessi. È chiaro che una gelosia lieve può anche far bene, può ravvivare una relazione, ma quando supera una certa soglia diventa una patologia pericolosa».

Ha mai subìto la gelosia di una donna?

«Sì, ma si è sempre trattato di una forma di attaccamento, di una prova d’amore, non di qualcosa che rendesse la vita invivibile. La differenza è tutta lì: la gelosia in piccole dosi può essere vitale, quando diventa patologica soffoca».

Nella drammaturgia di Dacia Maraini il possesso è un’illusione. Quando l’amore smette di essere relazione e diventa controllo?

«Quando mancano gli strumenti per gestirlo. Le persone molto gelose si costruiscono universi paralleli che per loro sono realtà inequivocabili, ma che in realtà sono pura fantasia. Quando diventa possesso, non è più amore: è qualcosa di estremamente malato, da cui è difficile tornare indietro».

Desdemona nello spettacolo appare «troppo»: troppo libera, troppo sicura. Quanto pesa, nella violenza di oggi, l’incapacità maschile di riconoscere la libertà delle donne?

«La donna deve essere libera, punto. Quelli che non lo accettano sono uomini che non sanno governarsi, che non sono stati educati. Le donne non si toccano, “neanche con un fiore”».

La responsabilità di educare è solo della famiglia o anche della scuola?

«L’educazione deve partire dalla famiglia. Ma la scuola, per molto tempo, ha avuto anche il compito di insegnare a vivere, affiancando alle nozioni culturali un’attenzione all’educazione sociale. Oggi si è creato un cortocircuito: i docenti che provano a fare educazione civica vengono spesso fermati dagli stessi genitori. Così le cose si sono fatte meno chiare. Se un insegnante dice qualcosa a un ragazzo di dodici anni, rischia una denuncia, e quindi si smette di intervenire. È una serie di errori che ha prodotto un mondo confuso. In questo contesto andrebbe affrontato anche il tema dei cellulari: io spero che, come in Australia, arrivi una legge che ne vieti l’uso ai ragazzi fino ai sedici anni».

Da padre, riesce a limitarne l’uso?

«No. Come molti genitori, sono vittima di qualcosa più grande di me. Servono decisioni politiche, non soluzioni individuali».

Parliamo della sua carriera. Distretto di Polizia l’ha resa popolarissimo.

«Sì, ma prima c’è stato L’ultimo bacio, un film generazionale che ha cambiato un modo di raccontare una generazione. Poi Distretto di Polizia ha portato il mio lavoro nelle case degli italiani con la tv. Una volta Diego Abatantuono mi disse che nel nostro mestiere il talento conta fino a un certo punto, il resto lo fanno le scelte. È vero».

C’è un «no» di cui si è pentito?

«Più di uno. Ma mi pento anche di qualche sì. Fa parte della carriera: è un saliscendi continuo».

Perché ha lasciato presto «Distretto di Polizia»?

«Non ho mai fatto la terza stagione di una serie. È una regola che mi sono dato: oltre quel numero credo che ci sia una troppa identificazione tra attore e personaggio».

Sta preparando un ritorno al cinema?

«Sto montando la mia terza regia cinematografica, Sotto a chi tocca, che uscirà quest’anno. E il 23 febbraio andrà in onda su Rai 1 un film su Eugenio Monti, il più importante bobista italiano: una vita straordinaria, la prima medaglia Pierre de Coubertin al valore sportivo, campione olimpico. È un film dal taglio internazionale, costruito intorno alle gare di bob, uno sport fortemente cinematografico, una sorta di Formula 1 sul ghiaccio. Andrà in onda subito dopo le Olimpiadi invernali, quando l’attenzione del pubblico sarà più alta».

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