Stefano Senardi il Festival lo conosce come pochi: quarantacinque anni di Sanremo, quasi quaranta vissuti lavorandoci. Ha visto passare sul palco dell’Ariston George Harrison e Sting, Cat Stevens e Robbie Robertson. Oggi osserva l’edizione che ha incoronato Sal Da Vinci con lo sguardo di chi non si lascia impressionare dai numeri né dalle polemiche. «Sanremo resta il centro della musica italiana», dice. «Ma così rischia di guardarsi troppo allo specchio».
Senardi, partiamo dal vincitore. Se l’aspettava Sal Da Vinci?
«Ci avrei giurato. Era nel segno di questo Festival, che non ho trovato particolarmente vivace. L’ho visto inevitabilmente appesantito dal numero dei brani».
Troppi?
«Decisamente. Con trenta brani perdi il senso stesso della competizione. Quando canta il quindicesimo ti sei già dimenticato i primi».
Si è detto che Carlo Conti abbia voluto fare troppo da solo. È d’accordo?
«Sì. Ci vorrebbe un gruppo di lavoro, qualcuno che porti contributi diversi. Con trenta brani qualcuno avrebbe detto: fermiamoci a ventiquattro. Sembra una sciocchezza, ma sei in meno fanno la differenza. Con ventiquattro sarebbe un’altra cosa: venti big e quattro giovani, scelti bene, con la possibilità di esibirsi almeno due volte. Altrimenti non fai in tempo a conoscerli».
E sul piano dello spettacolo?
«Con meno artisti si potrebbe pensare di più alla parte spettacolare. Io per anni ho avuto riserve sull’invitare “nani e ballerine”, ma la loro assenza totale si sente. E mancano gli artisti internazionali. A parte Alicia Keys, che è stata fenomenale, sono mancati nomi stranieri importanti. Servono, danno un passo diverso alla serata. Non perché siano necessariamente più bravi dei concorrenti, ma perché hanno più libertà, più tempo per spettacolarizzare senza l’ansia della gara. Io sarei per un artista internazionale importante a sera».
Lei negli anni in cui ha lavorato per la Rai accanto a Fazio ne ha portati molti.
«Nel 2013 e 2014 con Fabio Fazio ho portato gente come Damien Rice, Paolo Nutini, Caetano Veloso con Bollani, Rufus Wainwright, Cat Stevens e Asaf Avidan, solo per citarne alcuni. Negli anni precedenti sono passati George Harrison, Sting, i Village People, Robbie Robertson. Ho fatto 45 anni di Sanremo, di cui quasi 40 lavorandoci».
Chi l’ha sorpresa quest’anno?
«Onestamente non conoscevo il 40% degli artisti in gara. Alcuni, come Eddie Brock e Mara Sattei, ancora oggi non mi spiego perché fossero lì. Non voglio parlar male di nessuno, è solo una valutazione artistica».
I suoi preferiti?
«Mi è piaciuta moltissimo Ditonellapiaga. Nel 2022 le abbiamo dato una Targa Tenco. L’unica cosa che non mi convince è il nome che ha scelto: se lo cambiasse sarebbe ancora più avanti. Poi Levante: artista completa, interprete, autrice, personalità. La mia medaglia della bravura va a Levante, quella della forza e della vittoria a Ditonellapiaga, e quella dell’intelligenza a Malika Ayane».
E gli altri?
«Ci sono artisti bravissimi come Arisa, che canta benissimo ma aveva un pezzo un po’ debole. La Brancale non mi ha convinto del tutto, troppo pathos per i miei gusti. Ermal Meta è stato bravo, Sayf una bella sorpresa. Fulminacci mi ha convinto, Tredici Pietro se l’è giocata bene».
Fedez e Masini?
«Un’operazione tipo Brividi, come Mahmood e Blanco. Il pezzo è buono, serio, ben concepito. Non entrerà tra i brani indimenticabili della storia della musica italiana, ma loro hanno mestiere, presenza scenica e un mercato importante alle spalle».
Tommaso Paradiso?
«Bel pezzo, coerente, con un testo interessante».
C’è stato un filo conduttore tra gli artisti?
«La tenerezza. C’è stato questo tirare in ballo gli affetti familiari: in un mondo che sta diventando molto buio evidentemente c’è bisogno di serenità».
Cosa non le è piaciuto?
«Ho trovato un Festival soffocato dentro una campana di vetro. Sanremo è sempre stato lo specchio di ciò che succede fuori. Quest’anno si è cercato di tenerlo al riparo da tutto, quasi in modo gelido. Guarda i messaggi sulla pace e sulle donne: meglio non parlarne che farlo così. Sono temi troppo importanti per essere trattati in modo superficiale».
Il calo degli ascolti?
«Quando ti metti davanti a una maratona di trenta artisti, inizi a guardare Sanremo e poi è Sanremo che guarda te. Ti perdi. Si allunga il brodo per fare audience, ma poi ti torna contro».
Intanto è stato annunciato De Martino per il 2027.
«Da domani gli romperanno tutti le scatole (ride, ndr). Avrà bisogno di qualcun accanto che conosca bene la musica, come Baudo aveva Sergio Bardotti».
Se le chiedessero di nuovo una mano?
«A Sanremo non posso mai dire di no».
Il suo augurio per la prossima edizione?
«Accorciare la gara e allargare la visione. Sanremo oggi è dappertutto, non solo all’Ariston. Io lo estenderei per una settimana in più, con incontri, convegni, momenti importanti sulla musica. Sarebbe un modo per ottimizzare tutto, anche i costi».