A dieci anni dalla morte di Giulio Regeni, la sua storia rischia di ridursi a un simbolo: una bandiera, un colore, un nome inciso nella memoria pubblica. Giulio Regeni – Tutto il male del mondo, il documentario di Simone Manetti, prova invece a riportarla dentro il tempo reale degli eventi, restituendo il peso dei dieci anni di inchieste, depistaggi, udienze e battaglie civili che hanno seguito il ritrovamento del suo corpo. Il film intreccia la dimensione privata — le voci di Paola Deffendi e Claudio Regeni — con quella politica e giudiziaria, evitando il formato del true crime e scegliendo un racconto per accumulo, fatto di archivi, immagini e testimonianze dirette. Il documentario sarà presentato stasera, alle 20.30, al Db D’Essai di Lecce, in collegamento con Paola Deffendi, Claudio Regeni, l’avvocata Alessandra Ballerini, il regista e gli autori.
Manetti, lei sceglie di non partire dall’orrore ma dalle voci di chi ha vissuto questa storia. Era il modo per sottrarre Giulio Regeni alla retorica del martire e restituirlo a una dimensione umana?
«Esatto. Abbiamo deciso di fare un racconto semplice e rigoroso allo stesso tempo, cercando di realizzare un film che rappresentasse un atto di cittadinanza, e che fosse etico. Abbiamo scelto di far parlare solo chi questa storia l’ha vissuta direttamente: i testimoni che si sono alternati in aula e che fanno da coro del racconto sono tutte persone che l’hanno attraversata sulla propria pelle. Per la sfera più privata abbiamo dato la parola ai genitori e all’avvocata, che sono le persone che hanno il diritto e la possibilità di parlare di Giulio come essere umano. Ci siamo allineati al percorso che Paola e Claudio hanno fatto in questi anni: la loro non è mai stata una battaglia privata, ma una battaglia per la collettività, perché riguarda i diritti fondamentali dell’uomo. Abbiamo cercato di inserirci in quel solco».
Si ricorda la prima volta che ha sentito parlare del caso Regeni?
«Sì, anche se la memoria tende sempre a sfumare. Era dieci anni fa, ma ero già adulto e ricordo bene la notizia della scomparsa e tutto quello che è seguito. Quello che mi mancava, e di cui mi sono reso conto solo studiando la storia con Matteo Billi ed Emanuele Cava, era la quantità di dettagli che si erano persi nel tempo. Pensavamo di conoscerla bene, perché non è mai scomparsa dai media, ma molti passaggi cruciali erano svaniti. Così abbiamo sentito la necessità di rimettere in fila dieci anni di inchieste, di lavoro della procura, di battaglie dei genitori. Gli elementi di questa storia sono tantissimi: se uno si astrae dalla vicenda umana, è quasi un plot di spionaggio geopolitico. L’idea del film era mettere tutte le carte sul tavolo e lasciare che fosse lo spettatore a farsi un’idea».
Lei ha detto che il repertorio di immagini non è usato come commento, ma come «macchina del tempo», per far vivere allo spettatore gli eventi mentre accadono.
«Le voci raccontano gli accadimenti, ma serviva qualcosa che li facesse vivere allo spettatore. Per questo abbiamo usato il repertorio non solo in senso documentale, ma anche attraverso il found footage: immagini girate da altri per altri scopi, che abbiamo piegato alla narrazione. Così si percepiscono le strade del Cairo di notte, i mercati, l’ambiente in cui Giulio viveva. Abbiamo scelto immagini sporche, graffianti, a volte disturbanti, perché l’ultima immagine che avevamo di Giulio era quella della telecamera del sindacalista che lo riprendeva di nascosto per i servizi segreti. Quella è diventata il nostro riferimento visivo».
Il film sembra parlare sempre meno di Giulio come individuo e sempre più della resistenza. È questo il centro del racconto?
«In parte sì. Abbiamo cercato di costruire un racconto il più possibile esaustivo e analitico, evitando la spettacolarizzazione dei momenti più drammatici o il compiacimento. Come i genitori, non volevamo fare una battaglia personale ma dare voce a un’esigenza collettiva di rispetto dei diritti umani. Per questo abbiamo rifuggito la mitizzazione del personaggio, l’icona, cercando di riportare tutto su un piano più ampio».
Sul fondo emergono interessi economici e geopolitici. Il film sembra chiedere quanto valga una vita rispetto al petrolio o alla stabilità internazionale.
«Noi raccontiamo quello che è successo senza prendere un punto di vista dichiarato. Ognuno di noi ha le proprie idee, ma ci interessava più creare una riflessione che dare una soluzione».
Che cosa vuole lasciare allo spettatore: indignazione, memoria, responsabilità?
«Non volevamo fare un film presuntuoso. Quello che abbiamo cercato di fare è un’opera che sia anche un atto di cittadinanza attiva: il nostro contributo all’“onda gialla”. Ci siamo uniti a un coro che esiste da dieci anni e, con i mezzi del cinema, abbiamo cercato di affiancarlo».
Che ruolo hanno avuto i media in questa storia?
«Non sono mai abbastanza presenti, anche quando partono dalle migliori intenzioni. Per noi sono stati anche una cartina di tornasole di come la vicenda è stata narrata. I telegiornali e le immagini restituiscono la percezione di quei momenti. Ma raccontare storie come questa non è mai abbastanza».
Pensa che questa vicenda abbia insegnato qualcosa?
«È una domanda difficile. Dal nostro punto di vista, per arrivare alla giustizia serve la memoria, e per la memoria serve il racconto. È il motivo per cui abbiamo fatto questo film. Se abbiamo già imparato davvero, lo dirà il tempo».
C’è qualcosa che Paola e Claudio Regeni le hanno lasciato più di tutto?
«La loro forza. La loro pacatezza e risolutezza nel portare avanti questa battaglia. È qualcosa che, anche conoscendoli da tempo, continua a sbalordirmi».









