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Bari, in Mediateca “L’eco dei sette cristalli”: il libro “visibile”

È una storia di rapimenti, di fragilità, peccati e redenzione quella al centro del nuovo romanzo di Michelangelo Volpe, “L’eco dei sette cristalli”, che l’autore presenterà stasera alle 18.30 alla Mediateca Regionale Pugliese assieme ad Anton Giulio Mancino, docente di storia del cinema all’Università di Macerata, critico e saggista.

Un impianto narrativo in cui è facile rintracciare alcuni tratti peculiari della scrittura di Volpe, dal ricorso a schemi ricorrenti della produzione noir e poliziesca – quella a cui è più affezionato, avendovi già dedicato un’intera trilogia – ad elementi da romanzo storico, che pure sono presenti in altri testi dell’autore, da “Il melograno del peccato” a “L’inverno che vide il mandorlo in fiore”, prequel di quest’ultimo libro.
Il sette del titolo rimanda, come nel celebre film di Fincher, ai vizi capitali?
«Sì, ma anche ad altrettante virtù, simboleggiate dai cristalli, che fanno da contraltare ai peccati dei personaggi. Sette vittime, almeno apparentemente, di rapimento, ma in realtà carnefici, in quanto colpevoli di atti deplorevoli. Da cui però cercano di riscattarsi attraverso un percorso di redenzione che si compie nel periodo pandemico, perché il romanzo è ambientato nei due anni appena trascorsi. Sette sono poi le espressioni artistico-letterarie, le arti, in cui questi peccatori sono versati e che nascondono al mondo per mancanza di coraggio».
Il libro tenta anche un’operazione transmediale. I capitoli sono corredati da Qr code che rimandano a dei video che arricchiscono l’esperienza del lettore e favoriscono l’ambientazione.
«Esattamente. Uno dei video mette in scena l’ambientazione interna di una casa; altri due sono stati costruiti in studio per rimandare al Polo Nord e ai cerchi infernali di Dante. E poi ci sono luoghi presenti nel romanzo, facilmente riconoscibili dai pugliesi: Martina Franca, Locorotondo, Cisternino, il Mar Piccolo di Taranto. Si tratta di materiali inediti alla cui realizzazione hanno collaborato in totale quindici persone»
Questo espediente porta il testo verso una certa relazione con l’audiovisivo. In più, il romanzo è presentato in Mediateca da un importante critico cinematografico. Qual è il suo rapporto con il cinema?
«Penso che il cinema sia uno strumento prezioso per chi fa narrazione perché sfruttando direttamente il canale visivo consente di costruire storie dall’impatto forte e immediato, potenziato poi dal sonoro. Quando scrivo mi piace immaginare scene e sequenze più che lavorare sulla parola in modo astratto, asettico. L’immagine è, per certi versi, il mezzo e il fine di tutto ciò che scrivo».

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