Il Barocco non è un’epoca, ma una tentazione. Torna tutte le volte che l’arte smette di accontentarsi dell’ordine e ricomincia a cercare l’eccesso, il movimento, la vertigine. È da qui che parte «Barocco e Neobarocco», la mostra che apre oggi nelle sale del Castello Imperiali. Oltre la parata di capolavori, un’ipotesi critica: che il Seicento, in fondo, non sia mai davvero finito. Le 64 opere esposte – assicurate per milioni di euro – non sono allineate per costruire un racconto cronologico. Piuttosto, si cercano, si inseguono, si contraddicono. Il castello restaurato non fa da sfondo, ma entra nel discorso e lo amplifica.
Il ritorno dell’eccesso
La mostra, promossa da Micexperience Puglia Rete d’Imprese in collaborazione con la Direzione Regionale Musei Nazionali Puglia del Ministero della Cultura e con il Comune, è stata presentata ieri alle autorità e alla stampa. L’ambizione dichiarata è alta: proporsi come uno degli appuntamenti più rilevanti del 2026 nel Mezzogiorno. Ma al di là delle formule inevitabili di ogni vigilia, colpisce l’ossatura del progetto, affidato alla cura dello storico dell’arte Pierluigi Carofano, che ha scelto di ispirarsi in modo esplicito all’idea di «età neobarocca» elaborata da Omar Calabrese.
Carofano immagina l’allestimento come un libro in sei capitoli. Si parte dal Protobarocco e si passa per i nuclei della Storia e del Mito, per il trionfo del ritratto, per nature morte, paesaggi e battaglie, fino a una sezione conclusiva dedicata al Sacro Barocco. In questo itinerario compaiono Ludovico Carracci e Guido Reni, Pietro da Cortona e Francesco Solimena, Peter Paul Rubens, Van Dyck, Bernini, Guercino, fino alle incursioni di Giorgio de Chirico, Tano Festa, Adolfo Wildt, Enrico Baj e Igor Mitoraj. Il punto non è dimostrare una continuità scolastica, ma mostrare una persistenza: il Neobarocco, spiega il curatore, non copia il Barocco, ne assorbe piuttosto lo spirito, traducendolo nella complessità del presente.
I capolavori e il contesto
Fra le opere più attese figurano l’autoritratto di Bernini conservato agli Uffizi, l’Autoritratto di Van Dyck, il Ritratto di Filippo IV di Spagna, un Ritratto di uomo con cappello attribuito a Rembrandt, oltre a lavori che da tempo non tornavano in pubblico. I prestiti arrivano da istituzioni pubbliche e private di primo piano: dagli Uffizi alla Galleria Nazionale della Puglia di Bitonto, dalla Galleria Nazionale dell’Umbria a musei e fondazioni di Pisa, Genova, Bari, Cremona, Trieste, Volterra, fino a collezioni private e all’Atelier Mitoraj. È anche questa rete di provenienze a dare misura dell’operazione: una mostra costruita in provincia, ma non provinciale. Il sindaco Antonello Denuzzo ha insistito sul rapporto fra la mostra e l’identità urbana di Francavilla Fontana, segnata nelle sue architetture proprio dall’impronta del Barocco.
E in effetti il nodo è qui: non nella semplice esposizione di capolavori, ma nell’idea di farli reagire con un luogo che di quel lessico storico conserva ancora tracce vive. Così il percorso finisce per raccontare non solo una stagione della civiltà europea – il secolo delle grandi chiese, ma anche di Galileo e Cartesio – bensì il modo in cui quell’energia torna a galla nel Novecento, quando la modernità, anziché fuggire dall’eccesso, ricomincia a desiderarlo. Dentro questa tensione tra epoche lontane sta probabilmente la scommessa vera di «Barocco e Neobarocco». Che non chiede allo spettatore di scegliere tra antico e contemporaneo, ma di riconoscere che la linea della storia dell’arte non procede mai in modo rettilineo: si piega, ritorna, si traveste, si contraddice. Ed è forse per questo che una mostra così, ospitata in un castello pugliese e non in una capitale, può risultare più interessante di molte rassegne metropolitane: perché invece di limitarsi a esibire opere, prova a rimettere in scena un’idea di sguardo.