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Si allarga la frattura all’interno della Camera Penale di Trani: «Modelli subalterni alla magistratura»

Si allarga la frattura all’interno della Camera penale di Trani «Giustina Rocca» dopo lo scambio di lettere tra la presidenza e alcuni iscritti. A innescare il confronto è stato il comunicato del presidente Luca Gagliardi, che nel delineare il percorso dell’associazione ha ribadito la necessità di difendere «la distanza critica dal potere giudiziario» e l’identità culturale delle Camere penali, arrivando a sostenere che «non può esserci convivenza» con modelli ritenuti «servili, compiacenti o subalterni nei confronti della magistratura».

Le reazioni

Parole che hanno provocato una reazione immediata. Dallo studio legale Di Terlizzi (ma anche da avvocati del territorio) è arrivata una presa di posizione netta: «Si tratta di un giudizio che non possiamo condividere», scrivono i legali, sottolineando come il dissenso sul referendum sia stato «fondato su preoccupazioni giuridiche e costituzionali del tutto legittime«. Ancora più duro il passaggio in cui si denuncia il rischio di una deriva interna: «Questa è, a tutti gli effetti, la proclamazione di un pensiero unico, incompatibile con la natura stessa di un’associazione forense».

Sulla stessa linea l’avvocato Domenico Di Terlizzi, tra i fondatori della Camera penale tranese, che ha annunciato le proprie dimissioni con toni ironici ma taglienti: «Ignoravo che accanto ai codici fosse stato introdotto anche un prontuario ufficiale delle opinioni consentite». E ancora: «La Camera penale si è trasformata da luogo di confronto in una struttura in cui il dissenso è moralmente riprovevole«. Parole che segnano una rottura profonda, maturata – come lo stesso legale evidenzia – dopo oltre cinquant’anni di attività professionale.

I chiarimenti

Di fronte alle critiche, il presidente Gagliardi è intervenuto con un chiarimento, cercando di riportare il confronto su toni più distesi. «Alcune parole sono state percepite come dure, ma non erano rivolte ai colleghi né a chi ha votato ‘No’», precisa. «La libertà di opinione è un valore irrinunciabile: la Camera penale vive quando ciascuno porta un’idea, un dubbio, un pezzo di sé». Il riferimento, spiega, era esclusivamente a «un modello culturale diverso dal nostro», non a singole persone. E aggiunge: «Se qualcuno si è sentito toccato sul piano personale, me ne dispiace sinceramente».

Nonostante il tentativo di ricucitura, il clima resta teso. Da un lato la presidenza rivendica la necessità di difendere i principi storici del garantismo e del giusto processo; dall’altro, una parte degli iscritti chiede che tali valori non si traducano in limitazioni al pluralismo interno. Uno scontro che va oltre il referendum e che tocca il cuore dell’identità dell’avvocatura penalista, destinato a proseguire nelle prossime settimane, anche alla luce della richiesta di convocazione di un’assemblea straordinaria.

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