La sospensione delle sedute operatorie programmate all’ospedale «Bonomo» di Andria, parzialmente tamponata dalla direzione generale, è soltanto la punta dell’iceberg di una crisi che, secondo il sindacato Cimo Fesmed, investe l’intero sistema sanitario regionale.
lla base dell’emergenza c’è la grave carenza di anestesisti e rianimatori, problema che da anni interessa la Puglia e che oggi rischia di paralizzare reparti strategici e aumentare ulteriormente le liste d’attesa. A tracciare il quadro è il dottor Francesco Saveriano, dirigente medico di Neurologia ad Andria e segretario provinciale della Cimo Fesmed.
Dottor Saveriano, quanti anestesisti mancano oggi ad Andria?
«I numeri esatti della pianta organica non li conosco nel dettaglio perché ci sono figure intercambiabili tra anestesia e rianimazione, ma la situazione è chiara: mancano almeno sette o otto unità. Questo ha inevitabilmente determinato la crisi delle sale operatorie».
Il problema nasce solo dalle assenze recenti?
«No, ed è importante chiarirlo. Il sottorganico non nasce oggi. È una situazione che esisteva già da tempo, indipendentemente dalle assenze registrate negli ultimi mesi. La differenza è che ora siamo arrivati a un punto critico».
Perché è così difficile trovare anestesisti?
«Non è un problema esclusivamente dell’Asl Bt ma regionale e nazionale. Gli anestesisti e rianimatori sono figure sempre più richieste e sempre meno disponibili. Dopo il Covid molte realtà sanitarie si sono trovate in difficoltà. Inoltre tanti professionisti preferiscono aziende considerate più attrattive, sia dal punto di vista organizzativo sia economico».
Quindi il tema dell’attrattività è centrale?
«Assolutamente sì. Oggi le aziende sanitarie devono essere attrattive. Non basta bandire un concorso: bisogna creare condizioni lavorative sostenibili, evitare turni massacranti e dare prospettive professionali. Altrimenti i medici scelgono altre sedi oppure il privato».
Nel frattempo come si sta gestendo l’emergenza?
«Con quello che io definisco il gioco delle tre carte. Si sposta personale da un presidio all’altro: da Barletta, Bisceglie, Canosa. Questo consente di tamponare temporaneamente il problema ma crea inevitabilmente sofferenze negli altri ospedali, perché la coperta è troppo corta».
La riduzione delle attività operatorie era inevitabile?
«L’estate normalmente comporta una lieve contrazione delle attività chirurgiche programmate, ma storicamente questo avveniva soprattutto ad agosto. Oggi invece si parla già di giugno e luglio, segno evidente di una difficoltà strutturale».
Ci sono bandi aperti?
«Sì, le graduatorie esistono e alcuni medici sono stati già contattati. I concorsi sono regionali e le Asl possono attingere anche da graduatorie di altre aziende. Il problema è che le procedure richiedono tempo».
Quanto tempo?
«Non si può pensare di assumere in una o due settimane. Chi arriva spesso lavora già altrove, deve dare preavviso, chiudere rapporti precedenti, smaltire ferie residue. Servono uno o due mesi almeno. Le assunzioni sono fondamentali per garantire stabilità nel lungo periodo, ma non bastano a risolvere l’emergenza immediata».
Secondo lei cosa è mancato?
«La programmazione. Da tempo si sapeva che ci sarebbe stata una carenza crescente di specialisti e probabilmente si sarebbe dovuto intervenire prima, sia sul piano organizzativo sia su quello della fidelizzazione dei professionisti. Oggi paghiamo anni di difficoltà accumulata».
