La guerra di Troia resta fuori scena. Prima ci sono i ragazzi che non vogliono partire, gli affetti e le bugie con cui tentano di proteggersi; dopo, soltanto le macerie e la difficoltà di tornare a vivere. È il mondo di “Semidei”, testo di Pier Lorenzo Pisano, direttore artistico junior del Teatro di Napoli, che mercoledì sera ha debuttato alla Cittadella degli Artisti di Molfetta in un nuovo allestimento di InarTeatro, diretto da Pierluigi Corallo.
L’appuntamento rientrava in GenT, sezione dedicata ai giovani del festival «Trame Contemporanee», organizzato da Malalingua con la direzione artistica di Marianna de Pinto e Marco Grossi. Corallo conosce bene questa drammaturgia: nel febbraio 2025 era nel cast della prima messinscena, al Piccolo Teatro di Milano, diretta dall’autore. A Molfetta ha affidato quegli eroi vulnerabili ai giovani attori del laboratorio che guida a Trani.
Perché tornare a «Semidei», stavolta dalla parte della regia?
«L’anno scorso ho avuto la fortuna di incontrare Lorenzo Pisano lavorando come interprete al suo spettacolo, diretto da lui. È un materiale che continuava a girarmi in testa. A volte, quando fai il regista e l’attore, ti accorgi che alcune cose ti appartengono in modi diversi. Mi colpiva il tentativo di rendere meno doloroso un momento, perfino inventando una bugia: Ulisse mente alla moglie per non farla soffrire, Cassandra racconta a Ecuba che il suo giardinetto esiste ancora, anche se è stato distrutto dai bombardamenti. Volevo approfondire questa dimensione umana. E avevo un gruppo di ragazzi dell’età dei personaggi, tra i venti e i trent’anni: il passaggio in cui si deve diventare adulti».
Come hanno affrontato gli allievi una scrittura che tiene insieme il quotidiano e il mito?
«Con InarTeatro portiamo avanti da sei o sette anni un laboratorio permanente a Trani. Il gruppo avanzato è diventato quasi il nucleo dell’associazione. Abbiamo affrontato Shakespeare, Goldoni, Pirandello, Schnitzler, Cechov; questa volta erano loro a desiderare un testo contemporaneo. E non volevamo preparare il saggio di fine anno: abbiamo lavorato per un mese e mezzo a uno spettacolo da affrontare come attori, non soltanto come allievi. Pisano ha una capacità di rendere le cose quotidiane e poetiche insieme. I ragazzi hanno dovuto trovare questo doppio registro. Non li avevo mai visti così appassionati negli ultimi anni».
Nella storia di Troia si riconoscono le guerre di oggi. Cosa può fare il teatro, e cosa le ha restituito il pubblico?
«Durante le prove ripeti tante volte le frasi e i concetti che finisci per chiederti se quel lavoro interessi più a te che lo fai che agli altri. Solo incontrando il pubblico capisci se riguarda una collettività. A Molfetta temevo che alcune scene fossero troppo lente, troppo lunghe. Invece ho avvertito il bisogno di fermarsi su quei temi, di lasciarli decantare. Nessuno pensa che uno spettacolo possa fermare domani quello che accade a Gaza o in Ucraina. Ma si può stare insieme in un luogo in cui quelle immagini e quei sentimenti vengono condivisi, quasi respirati insieme. È un modo di ritrovare una consapevolezza collettiva che stiamo perdendo. Dal teatro si può uscire più consapevoli di qualcosa che forse già sentivamo».
Una sola rappresentazione rischia di esaurire il percorso di questi giovani attori. Quale futuro immagina per lo spettacolo e per InarTeatro?
«Sarebbe un peccato lasciare un lavoro così a una sola serata. La possibilità di entrare nel festival grazie a Malalingua è stata un’occasione importante; ora vorrei attivarmi perché questi ragazzi possano essere visti in altri contesti. In Puglia ci sono realtà che seguono le nostre attività e potrebbero ospitarci. InarTeatro è nata anche per rovesciare il luogo comune secondo cui una proposta del genere non avrebbe attecchito a Trani. Quest’anno abbiamo circa novanta allievi e, negli anni, ne abbiamo coinvolti trecento o quattrocento. Cerco di portare qui il respiro del teatro che ho vissuto al Piccolo, con Ronconi e Massimo Castri, e che continuo a vivere al Teatro di Roma. Fare da ponte tra quei grandi circuiti e una provincia che spesso ne resta sganciata è il senso del nostro lavoro».
