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Paola Clemente, morta mentre lavorava nelle campagne di Andria: confermata l’assoluzione per l’imprenditore

Una vicenda tragica che ha scosso la Puglia torna sotto i riflettori: ieri il collegio di appello di Bari ha confermato l’assoluzione di Luigi Terrone, datore di lavoro di Paola Clemente, la bracciante tarantina morta il 13 luglio 2015 in un vigneto di Andria a soli 49 anni.

Il collegio giudicante composto dai magistrati Oliveri Del Castillo, Gadaleta e Susca ha stabilito che «il fatto non sussiste», ribaltando la richiesta della procura generale che invocava la responsabilità penale per gravi negligenze.

In primo grado, il tribunale di Trani aveva già assolto Terrone dall’accusa di omicidio colposo, motivando la decisione sull’evento improvviso e ineluttabile dell’infarto. La procura aveva impugnato quella sentenza, puntando il dito su una catena di omissioni: mancanza di formazione dei lavoratori, violazioni delle norme di sicurezza, assenza di sorveglianza sanitaria e ritardo nei soccorsi.

Secondo i legali della parte civile, Giovanni Vinci e Antonella Notaristefano, ogni secondo avrebbe potuto fare la differenza: «Paola Clemente già dalle tre e mezza del mattino manifestava sintomi premonitori. Sudava copiosamente, avvertiva dolore al braccio sinistro, e nessuno era in grado di intervenire». La donna si accasciò alle 7.30.

Il dibattito si concentra sul principio del «oltre ogni ragionevole dubbio»: per la difesa, la morte fu improvvisa e inevitabile; per la parte civile, invece, vi erano concrete chance di salvezza se fossero state rispettate le norme sul lavoro e la sicurezza. Clemente lavorava per otto ore sotto il sole, senza contratto, per una paga da fame, e ha lasciato un marito e tre figli.

La tragedia di Paola Clemente non è stata vana: nel 2016 il Parlamento ha approvato la legge 199 contro il caporalato e lo sfruttamento in agricoltura, imponendo maggiori tutele e responsabilità per datori di lavoro e intermediari. Tuttavia, il caso resta emblematico di un sistema agricolo che spesso espone i lavoratori a rischi mortali, tra omissioni, negligenze e condizioni di lavoro estreme.

La sentenza di Bari chiude un capitolo giudiziario, ma lascia aperto il dibattito sull’effettiva protezione dei più vulnerabili nelle campagne pugliesi.

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