Quarantunomila voti «personali», pari al 77 percento di tutti coloro che si sono recati a votare, un consenso plebiscitario e una città che, almeno per ora, sembra aver scelto senza esitazioni la continuità amministrativa. Giovanna Bruno si prepara a iniziare il suo secondo mandato da sindaca di Andria forte di un risultato elettorale che va ben oltre la semplice vittoria politica: un’affermazione che consolida il suo profilo nel centrosinistra pugliese e nazionale.
Sindaca, quarantunomila voti personali, il Pd che cresce e il 43% alle liste civiche. Qualcuno dice: invece di Silvia Salis, non sarebbe meglio Giovanna Bruno alla guida del Pd?
«Io sono a servizio di un progetto di centrosinistra ampio. Non ho mai lavorato in antitesi a nessuno. Ho sempre rispettato le decisioni corali assunte all’interno del partito. Sono al mio posto, nella mia città, che mi ha tributato tantissimo. Sono lusingata per i tanti riconoscimenti e le attestazioni arrivate in questi anni attraverso una filiera costruita senza intelligenza artificiale, senza alchimie, ma sul campo. Credo che oggi queste attestazioni possano trasformarsi anche in un ruolo differente. Un ruolo che, devo dire, mi era stato già indicato da Stefano Bonaccini nella cordata nazionale della segreteria. Poi andò così, ma io sono comunque rimasta a servizio del Pd di Elly Schlein».
Parla spesso di «generazione arancione». Cosa significa?
«La chiamo proprio così: la generazione arancione. È una stagione nuova in cui vediamo la positività e il protagonismo di tanti giovani, di tantissimo mondo femminile, del mondo della cultura e dell’arte. È esattamente quello su cui abbiamo scommesso, perché crediamo che sia l’antidoto alla deriva sociale delle nostre comunità, colpite da fenomeni di delinquenza, microcriminalità e bullismo. Noi amministratori non siamo chiamati soltanto a ricostruire o riqualificare luoghi, ma a dare una visione chiara di società, una società in movimento. Questa generazione arancione vuole dire proprio questo».
In questa tornata elettorale molte donne sono state elette, anche se rimangono una minoranza soprattutto in certe aree politiche.
«Tantissime. Alcune liste avevano addirittura più candidate donne. E molte mi dicevano: “Sindaca, voglio mettermi in gioco perché tu per me sei un esempio, una testimonianza. Se ce l’ha fatta una donna, ce la possiamo fare in tante”. Ed è esattamente questo il senso del nostro percorso».
Da vicepresidente nazionale di ALI, cosa chiede oggi il Sud al governo centrale?
«Il governo continua a non ascoltare realmente la pancia del Paese, che sono gli enti locali, i Comuni. Siamo noi sindaci a sobbarcarci incombenze enormi e soprattutto un’esposizione che i governi centrali spesso non assumono sulle loro spalle. Noi non ci voltiamo mai dall’altra parte. Con l’Anci continuiamo a compulsare il governo centrale perché non vogliamo risorse da distribuire a pioggia come clientela politica. Noi quelle risorse le moltiplichiamo. Andria è un esempio lampante: anche dove non ci sono risorse libere, riusciamo a generare positività e a mettere in moto meccanismi di coinvolgimento generale».
C’è preoccupazione sul futuro del Pnrr?
«C’è una trattativa aperta con l’Unione Europea, ma Andria oggi rappresenta un’isola felice perché siamo molto avanti. Certo, molti progetti rallentano per i meccanismi burocratici italiani. Penso ai fondi Pnrr per Palazzo Ducale: se per ogni pietra devi interfacciarti con la Sovrintendenza, i tempi non possono mai essere quelli del Pnrr. Però il dialogo con i livelli romani ha portato a riconoscere Andria come città virtuosa. Lo abbiamo visto con le ispezioni sui Pinqua: hanno certificato che qui i soldi sono stati realmente messi sui cantieri e che i cantieri sono andati avanti».
Con questo consenso così ampio, davvero non pensa a un futuro politico diverso da Andria?
«Con tutto questo affetto che mi ha tributato la città intanto facciamo questi cinque anni. Poi non lo so. Però è chiaro che con questo risultato ci possiamo giocare partite importanti».
