«Siamo profondamente preoccupati per i nostri compagni. Non li sentiamo da quattro giorni e quella che è avvenuta in Libia è stata una vera e propria cattura». Con queste parole colme di angoscia Sara Suriano, attivista di Andria, ha descritto l’inizio dell’incubo vissuto dalla delegazione italiana della “Flotilla di terra”, convoglio umanitario internazionale fermato e rimpatriato dalle autorità libiche via Istanbul, appena atterrata all’aeroporto di Fiumicino.
Il blocco e la successiva espulsione sono scattati al confine libico, dove il convoglio – composto da 300 persone in rappresentanza di 25 Paesi – chiedeva solo un transito sicuro. I timori si concentrano ora su una piccola delegazione di testa che era stata autorizzata a superare il valico e della quale si è persa ogni traccia. «Da quel momento sono cessati tutti i contatti», ha confermato Suriano, ricordando che il gruppo era regolarmente munito di visto e tutelato dalla Convenzione di Ginevra.
Il rientro forzato in Italia è stato preceduto da momenti di forte tensione, come riferito da Marco Contadini di Roma, coordinatore della delegazione: «Durante lo sgombero hanno iniziato a spintonarci e chi ha provato a fare resistenza passiva è stato maltrattato». Un clima di violenza e smarrimento confermato anche dagli altri due attivisti rientrati, Massimo Marchini di Pordenone e Martina Cannatà di Bologna, che hanno spiegato come il gruppo sia stato costretto a sgomberare il campo e a ripiegare verso un luogo sicuro. Ora la priorità assoluta resta quella di riallacciare i canali diplomatici per capire dove si trovino i cooperanti ancora trattenuti.
