Il Movimento «Donna, Vita, Libertà» ha agito come un cuneo contro il regime teocratico degli Ayatollah e ha tentato di coagulare le forze della frammentata opposizione iraniana. Tuttavia, la mobilitazione nelle piazze di Teheran non basta: «C’è bisogno che anche noi continuiamo a fungere da cassa di risonanza per le istanze del popolo iraniano nei Paesi in cui operiamo», afferma con vigore Shady Alizadeh.
Avvocata di Barletta, una tra le decine di iraniani pugliesi, dirigente del Partito Democratico e attivista per i diritti umani ha il cuore rivolto alla terra di suo padre. L’Iran attraversa oggi ore di drammatiche: la morte della Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, e di altri vertici del regime — avvenuta con l’«attacco preventivo» sferrato da Stati Uniti e Israele — ha impresso una accelerazione violenta a una crisi già esasperata.
Shady, l’offensiva militare era attesa dopo i dodici giorni di conflitto dello scorso giugno?
«Auspicavamo sinceramente di no, per quanto la minaccia di un intervento bellico aleggiava da oltre un mese. La realtà, purtroppo, ha preso il sopravvento sulle speranze».
Molti osservatori si chiedono se questa violenza possa essere interpretata come un segnale positivo per il cambiamento.
«Saranno i prossimi giorni a dirci la reale portata di questi eventi. Oggi, il popolo iraniano si ritrova stritolato in una morsa: da una parte i bombardamenti che radono al suolo le infrastrutture vitali; dall’altra l’inasprimento della repressione interna da parte del regime».
È evidente che le bombe non siano lo strumento adatto a risolvere crisi sistemiche.
«La storia ci insegna che il tritolo non ha mai generato la pace. Se così fosse, il Medio Oriente sarebbe oggi l’oasi più serena del pianeta, data la mole di ordigni che lo ha martoriato. Ritengo, al contrario, che la comunità internazionale debba attivare i propri canali multilaterali per sostenere concretamente la resistenza interna, evitando soluzioni puramente distruttive».
In che modo la diplomazia dei diritti può favorire la transizione democratica?
«In questo momento la nostra priorità è il tragico destino degli oltre ventimila detenuti nel carcere di Evin, a Teheran, che da giorni sono privati di acqua e cibo. Domani, 3 marzo, saremo davanti a Montecitorio per chiedere che ogni parlamentare della Repubblica adotti simbolicamente un prigioniero politico arrestato. Attraverso il patrocinio politico e le convenzioni internazionali, potremmo squarciare il velo di opacità sulle loro condizioni. Abbiamo scelto il martedì perché il mercoledì è spesso il giorno delle esecuzioni capitali in Iran».
Quale ruolo dovrebbe avere l’Italia?
«Il Governo deve assumere una posizione inequivocabile al fianco di «Donna, Vita, Libertà». Mi ha profondamente colpita la chiusura dei consolati italiani in Iran: un provvedimento che, di fatto, impedisce a molti studenti di proseguire il proprio percorso accademico in Italia. È necessario che Roma si faccia promotrice, in sede europea, di una politica di tutela dei diritti umani».
E dalle opposizioni cosa si aspetta?
«Che riconoscano il diritto all’autodeterminazione del popolo iraniano. I manifestanti chiedono libertà, non sostituzioni di potere calate dall’alto».
Il dopo-Khamenei spaventa. C’è ancora spazio per la teocrazia?
«Il triumvirato che è oggi al potere è più feroce e assetato di sangue del predecessore. La mia speranza è che non ricevano aiuti dall’esterno. Non credo, purtroppo, che il passaggio verso una nuova era sarà rapido o privo di ulteriore dolore».









