Sono state annunciate ieri le immagini vincitrici del «World Press Photo Contest 2026», il più autorevole concorso internazionale di fotogiornalismo, da cui nasce la mostra itinerante che ogni anno attraversa oltre 120 città in 50 Paesi.
Tra queste, da dodici anni, c’è anche Bari, che il prossimo autunno ospiterà la sua tredicesima edizione, organizzata dalla società «Cime», diretta dal barese Vito Cramarossa, azienda che è oggi brand ambassador per l’Italia e tra i principali partner europei della Fondazione di Amsterdam.
La Foto dell’anno è Separated by ICE della fotografa americana Carol Guzy, immagine che documenta gli effetti delle politiche migratorie statunitensi e che sarà tra gli scatti esposti anche nel capoluogo pugliese.
Direttore Cramarossa, che segnale arriva dalla scelta della foto dell’anno?
«Carol Guzzi con Separati dall’Ice, ha dato al mondo una testimonianza importante degli effetti delle politiche migratorie attuate oggi da Trump. World Press Photo, come ogni anno, fa un grandissimo lavoro per raccontare lo spaccato del mondo tramite le immagini e il lavoro di tanti fotoreporter professionisti. Raccontando cosa è accaduto l’anno precedente proviamo a realizzare una vera e propria lezione di storia contemporanea».
Che posto occupa oggi Bari nel circuito internazionale della mostra?
«Tra le circa 120 città che World Press Photo tocca ogni con la sua esposizione Bari ormai da 12 anni è diventata una tappa fissa, importante per tutto il sud Italia. Complessivamente si tratta all’incirca di 140 scatti che ci raccontano realtà lontane, non soltanto geograficamente, ma anche culturalmente, e ci danno la possibilità, come cittadini e come visitatori della mostra, di riposizionarci rispetto a quello che sta accadendo nel mondo e di avere uno sguardo abbastanza obiettivo su di esso».
Che cosa può ancora dare una mostra fotografica in un tempo di immagini continue e velocissime?
«Le immagini che i fotoreporter consegnano alla storia sono dei veri e propri documenti che ci danno la possibilità di riflettere. Certo, il mondo dell’immagine che attualmente viviamo è fatto di flussi di informazioni che spesso ci attraversano e la possibilità di ragionare, di fermare il tempo un attimo per confrontarci con queste realtà, è sempre scarsa. Le mostre fotografiche e le esposizioni come quella di World Press Photo invece ce lo permettono, mettendoci davanti a pochi istanti che prolungano la loro durata».
Dentro questo discorso entra anche il tema della libertà di stampa. Quanto è centrale?
«La libertà di stampa è un tema molto caro a World Press Photo che ogni anno dal 1955 s’impegna affinché storie giornalistiche, spesso poco conosciute, trovino i riflettori giusti e riescano a essere diffuse al pubblico. Il lavoro dei fotoreporter è molto arduo, come emerge dai dati di “Reporter senza frontiere”: solo negli ultimi due anni hanno perso la vita ben 192 giornalisti, soprattutto nel conflitto a Gaza. E sempre “Reporter senza frontiere” ci ricorda che, in Italia, siamo al 49° posto dell’indice dei paesi per libertà di stampa. Questo dipende da numerosi fattori: legali, socioculturali ma anche economici, per il trattamento economico che i giornalisti ricevono o per la sicurezza con cui riescono a lavorare. Tutti questi elementi concorrono nella capacità di avere una stampa libera, che è fondamentale per vivere in democrazie solide».
La mostra tornerà a Bari nel prossimo autunno. Con quale idea di fondo ci arrivate?
«A Bari come sempre cercheremo di creare anche approfondimenti importanti per tutti i visitatori e per i cittadini, affinché questa mostra possa essere non solo un appuntamento dell’agenda culturale pugliese, ma un vero e proprio seme che spero un giorno possa germogliare, diventando un momento di riflessione per tutto il territorio. Questa è l’idea con cui “Cime” lavora: portare nei territori attività e progetti culturali che possano sviluppare altre possibilità e esternalità positive per la crescita dei luoghi in cui opera. “Cime”, dall’anno scorso, è diventata ambassador per la World Press Photo Foundation, lavorando non soltanto nel capoluogo pugliese, ma anche in tante città del nord, come Genova, Torino, ora anche a Ravenna e, nel sud Italia, Napoli e Palermo. Un grande lavoro che è partito dal sud con l’intento di offrire spunti di riflessione e far crescere la cittadinanza».