Febbraio si apre nel segno di Oscar Wilde al Teatro Metamorfosi, dove sabato 1 febbraio va in scena «Divagazioni e Delizie», con Daniele Pecci. Lo spettacolo si inserisce nella stagione del nuovo spazio diretto artisticamente da Giusy Marrone e propone al pubblico un ritratto intenso e non convenzionale dello scrittore irlandese, concentrato sull’ultimo anno della sua vita.
Scritto negli anni Settanta dall’autore statunitense John Gay, «Divagazioni e Delizie» è costruito interamente su testi di Wilde: romanzi, commedie, saggi, lettere e aforismi si intrecciano in una drammaturgia che immagina l’autore nel 1899, appena uscito dal carcere, esule in Francia, malato e in rovina. Per sopravvivere, Wilde affitta piccole sale teatrali e decide di mettere in scena se stesso, presentandosi come lo «scandalo vivente». Ne nasce una sorta di conferenza autobiografica, continuamente attraversata da incidenti, interventi e contrasti, che trasforma la confessione in azione scenica.
Wilde senza difese
La prima parte dello spettacolo procede con un ritmo sorprendentemente leggero. Tra ricordi, aneddoti e improvvisi slanci ironici, emerge l’intelligenza brillante e la capacità affabulatoria di Wilde, capace di sorridere della propria caduta. La malinconia è costante, ma non soffocante: il sarcasmo diventa strumento di resistenza, una forma di lucidità che impedisce alla confessione di scivolare nel patetico.
Dal sarcasmo al dolore
Nella seconda parte il tono cambia radicalmente. Il testo attinge al «De Profundis», il lungo scritto composto in carcere, e porta in primo piano il dolore: l’amore per Lord Alfred Douglas, il processo, la prigionia, l’esilio tra Francia e Napoli, la malattia e il presentimento della fine. È qui che la parola si fa più scabra e la scena si restringe, lasciando emergere un Wilde spogliato di ogni protezione retorica. Dopo il successo a Broadway, dove lo spettacolo fu interpretato da Vincent Price, e la storica edizione italiana del 1978 con Romolo Valli per la regia di Giorgio De Lullo, è oggi Pecci a raccoglierne l’eredità.
Oltre a interpretare Wilde, l’attore firma anche la traduzione e la regia, offrendo una prova misurata, capace di contenere il dolore senza esibirlo, trasformandolo in materia teatrale essenziale. Accanto a lui, in scena Alessandro Sevi, con musiche di Patrizio Maria D’Artista e costumi di Alessandro Lai. Lo spettacolo non è solo il racconto di una caduta personale, ma il ritratto di un artista che continua a sfidare il pubblico sul rapporto tra vita, arte e sconfitta.








