Bari possiede un Novecento artistico ricco, stratificato, spesso sorprendente. Eppure questo patrimonio, invece di costituire una delle colonne portanti dell’identità culturale urbana, appare oggi come un territorio quasi rimosso, una terra di mezzo lasciata in ombra tra due fari troppo abbaglianti: da un lato l’Ottocento di De Nittis, dall’altro la stagione internazionale di Pino Pascali. In mezzo, un secolo intero di pittori, scultori, ceramisti, grafici e fotografi che hanno costruito, giorno dopo giorno, una vera e propria scena barese del moderno, ma che oggi rischiano di scomparire dalla memoria collettiva.
Un secolo rimosso
È questo il «vuoto» che più di una voce critica denuncia da anni. Un vuoto che non è solo storiografico, ma urbano, politico, simbolico. Perché una città che ambisce a essere destinazione culturale – non solo gastronomica o balneare – non può permettersi di cancellare il proprio Novecento artistico. Eppure è esattamente ciò che è accaduto: una rimozione silenziosa che ha espulso dal racconto ufficiale figure decisive come Roberto De Robertis, i fratelli Francesco e Raffaele Spizzico, Mario e Guido Prayer, Pasquale Morino, Vito Stifano, Aldo Calò, Michele De Giosa, Francesco Vacca, Nicola Ficarra, Giovanni Conte, Silvestro Mileto, Mimmo Conenna fino a scultori come Antonio Bibbò e, più tardi, ad artisti attivi dagli anni Settanta come Gerardo Manca, Beppe Lo Bosco, Pietro Coletta, Franco Cucci, Lillo Dellino, Ido Maggi, Dino Mola, Lino Sivilli
Una critica miope
Molti di loro ruotavano intorno a luoghi oggi quasi mitologici: il «Sottano», la galleria «La Vernice», spazi di confronto e di libertà creativa in cui non dominavano rivalità o gelosie, ma una rara forma di entusiasmo collettivo. In quel microcosmo passò anche Amerigo Tot, scultore di fama internazionale – lo si ricorda anche per Il Padrino – che a Bari ebbe una casa, amicizie, legami profondi, soprattutto con la famiglia Spizzico. Non un episodio folcloristico, ma il segno di una città che, nel Novecento, era tutt’altro che periferica. Eppure oggi quella stagione sembra evaporata anche nella critica. Figure come Vittore Fiore, che leggevano l’arte pugliese in chiave meridionalista, o Nino Valentini, direttore della Gazzetta e autore di decine di prefazioni, sono state sostituite da un racconto che tende a comprimere tutto verso il «caso Pascali», spesso anche per via dei rapporti istituzionali e di fondazioni e centri culturali che gravitano intorno a quella figura. Il risultato è una narrazione monca, che riduce il Novecento a un prologo minore.
Opere in deposito
Le conseguenze sono concrete. Come ricorda Gianvito Spizzico, opere come La Favola pugliese di Francesco Spizzico, acquistata dalla Provincia negli anni Settanta, sono finite in deposito dopo essere state tolte dagli uffici istituzionali per far posto a pittura di altre scuole. Un’importante ceramica, sempre dei fratelli Spizzico, Gruppo di famiglia, giace nei magazzini della Pinacoteca, mentre le sale sono spesso occupate da mostre temporanee di contemporaneo. Perfino le intitolazioni urbane diventano occasione di rimozione: una stradina di cinquanta metri al Sant’Anna chiamata genericamente «Maestri Spizzico» dice più di un imbarazzo che di un omaggio.
Un Polo delle Arti Visive?
Eppure esiste un’altra via, concreta e praticabile. È la proposta di un «Polo delle Arti Visive» che da anni circola, anche questa sostenuta da Gianvito Spizzico, ma come progetto mancato: un network tra il Teatro Margherita, l’ex Mercato del Pesce, la Sala Murat, con Piazza del Ferrarese come spazio espositivo all’aperto, capace di fare da cerniera tra la movida del tempo libero e quella della memoria. Un luogo in cui la Bari vecchia possa incontrare la sua storia artistica del Novecento, trasformandola in racconto urbano, in attrazione culturale, in patrimonio condiviso.
A questo si potrebbero affiancare azioni semplici e potenti: lungo i percorsi di Bari vecchia, invece di targhe anonime, riproduzioni di opere di De Robertis, Spizzico, Prayer. Una città che racconta se stessa attraverso le immagini dei suoi artisti. Anche perché il lascito materiale esiste: i calchi in gesso delle ceramiche Spizzico, oggi disponibili per realizzare contromodelli e piccole produzioni; le opere conservate a Faenza, nei musei italiani, e presso molte collezioni private. Esiste una filiera, esiste una tradizione, esistono eredi come Ignazio Lopez e Vitino Romita. Manca solo una cosa: la volontà di dire che il Novecento barese conta. E che senza di esso Bari non è una città con una storia, ma solo una vetrina senza memoria.