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Bari Cronaca

L’inferno prima del suicidio a Santeramo: 7 anni alla moglie per maltrattamenti. Il giudice: «Lo ha annientato»

Un’incessante e spietata spirale di vessazioni psicologiche, ricatti economici e umiliazioni quotidiane che ha portato alla totale e tragica distruzione di un uomo. Sono parole pesanti come macigni quelle messe nero su bianco dal Gup del Tribunale di Bari, Francesco Vittorio Rinaldi, nelle motivazioni della sentenza che ha condannato a 7 anni di reclusione una donna di origini egiziane per maltrattamenti in famiglia, aggravati dalla presenza della figlia minore.

La vittima, un 34enne di Santeramo in Colle (Bari), si è tolto la vita il 10 aprile del 2024 lanciandosi dal balcone della casa dei genitori (costituitisi parte civile nel processo con gli avvocati Giovanni Ladisi e Fabio Bagnulo). Un gesto estremo che, secondo il giudice, è stato il culmine di una vita resa «penosa e insostenibile».

Ricatti, pretese assurde e la minaccia sulla figlia

Il quadro delineato dalle indagini e dalle testimonianze è agghiacciante. Dopo la nascita della bambina nel 2021, la donna avrebbe esercitato un controllo «ossessivo e asfissiante» sulla vittima. Le liti erano all’ordine del giorno, condite da richieste economiche esorbitanti (fino a due milioni di euro) per concedergli di vedere la figlia. La donna, infatti, si recava spesso in Egitto con la minore, minacciando il marito di non fare più ritorno in Italia.

Una cugina della vittima, ascoltata dai Carabinieri, ha restituito un dettaglio che fotografa bene le pretese dell’imputata: «Si aspettava di fare la vita di “Giorgina”», in riferimento al lussuoso stile di vita di Georgina Rodriguez, compagna di Cristiano Ronaldo.

Il giudice Rinaldi parla esplicitamente di «nullificazione della sua personalità con manifestazioni gratuite di disprezzo, atti di mortificazione, umiliazione, denigrazione del suo ruolo di uomo, marito e padre». Un quadro clinico di terrore che aveva generato nel 34enne uno stato di profonda prostrazione e soggezione.

Nonostante l’evidente e oggettiva correlazione tra le condotte della donna e il suicidio dell’uomo, il Gup ha escluso la specifica aggravante della “morte come conseguenza dei maltrattamenti” per un difetto di prevedibilità immediata: sebbene in alcuni messaggi lei gli avesse scritto «spero che tu muoia», il giorno stesso della tragedia gli aveva chiesto di andare a prendere la figlia a scuola, rendendo l’esito fatale non tecnicamente prevedibile in quell’esatto momento. La pena inflitta a dicembre con rito abbreviato (7 anni) è risultata comunque ben più severa dei 4 anni inizialmente richiesti dalla Procura.

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