Nel nome di Alessandro Leogrande torna la Scuola di Reportage Narrativo promossa dalla Fondazione Giuseppe di Vagno.
La terza edizione, in programma da aprile a novembre, coinvolgerà venti partecipanti under 35 impegnati nella realizzazione di un reportage narrativo, affiancati da giornalisti, scrittori e studiosi e accompagnati fino alla possibile pubblicazione su testate nazionali e internazionali.
Tra le novità di quest’anno anche due borse di studio dedicate a candidati residenti in Albania, a rafforzare il dialogo culturale tra le due sponde dell’Adriatico. Ne parliamo con il direttore della scuola, Francesco Romito.
Direttore, la scuola nasce nel nome di Leogrande, che ha fatto del reportage uno strumento di indagine morale prima ancora che giornalistica. In che modo il suo metodo e il suo sguardo continuano a orientare il vostro lavoro?
«Per noi Alessandro Leogrande è una presenza viva. Quando alcuni riferimenti fondamentali vengono meno dal nostro orizzonte culturale, il rischio è quello di fossilizzarne il pensiero, di lasciarsi sopraffare dalla nostalgia. Noi invece vogliamo socializzare il suo metodo, renderlo accessibile, perché capace di offrire coordinate di analisi e di intervento nei contesti in cui agiamo. Continuiamo a interrogarlo perché pensiamo che, oggi più di ieri, le pratiche di invisibilizzazione della marginalità sociale e del conflitto siano diventate sempre più pervasive».
Quest’anno avete introdotto due borse di studio per partecipanti residenti in Albania. È una scelta che sembra allargare l’orizzonte della scuola verso il Mediterraneo. Che tipo di dialogo culturale immaginate possa nascere?
«È un tassello fondamentale di questa terza edizione. Nel 2025 abbiamo concluso le attività della scuola a Tirana: un passaggio molto importante che, più che inaugurare un dialogo, ha segnato la prosecuzione di una relazione già esistente tra le due sponde dell’Adriatico. Alessandro Leogrande rappresenta un nodo centrale di questo rapporto: basti pensare alla sua capacità di raccontare la violenza delle politiche di respingimento a partire dal naufragio della Katër i Radës, ma anche al ruolo che ha avuto nel diventare un riferimento culturale capace di far comprendere, su entrambe le sponde, le grandi trasformazioni in atto. Questo è stato possibile anche grazie al lavoro di editori come Botime Dudaj e all’impegno di chi ha valorizzato la sua produzione culturale nei Balcani».
In un tempo dominato dalla velocità delle notizie e dalla comunicazione istantanea, che spazio può avere oggi il reportage narrativo?
«Lo spazio del reportage è in trasformazione, come quello di molti altri generi. Per questo è importante restituire centralità al reportage narrativo, coltivando il dialogo con altri linguaggi e con ambiti diversi del sapere. Lavorare con le coordinate del reportage significa non guardare soltanto al prodotto editoriale finale: è fondamentale comprendere tutte le fasi della produzione, sapendo che la vera sfida è entrare in un corpo a corpo con la complessità, senza semplificazioni e mettendo in campo strumenti adeguati. Non possiamo però ignorare il livello di precarizzazione del settore, che finisce spesso per rendere la formazione e il lavoro in questo campo elitari e poco accessibili. Anche per questo abbiamo scelto di rendere gratuita la partecipazione alla scuola per gli under 35».
La scuola si chiuderà con un lavoro sul campo a Taranto, città simbolo di molte contraddizioni del nostro presente. Che cosa può insegnare ai giovani reporter un’immersione diretta nei territori?
«Non sappiamo cosa potrà insegnare in modo definitivo. Sappiamo però che il lavoro sul campo può generare forme di apprendimento nuove, capaci di far emergere interrogativi inattesi sulla città. Taranto, in questo senso, è un paradigma. Alcune chiavi interpretative – a partire da quelle elaborate da Alessandro Leogrande – possono aiutarci a comprenderla: penso alla prospettiva dell’ultimo meridionalismo critico, a una riflessione che ha radici antiche e che ha saputo interrogare le contraddizioni di un’industrializzazione senza sviluppo e la condizione di un Sud rimasto, per molti versi, un “sud non ancora nord”».









