Marco Ranieri, oggi direttore dell’Unità operativa di Anestesia e Rianimazione del Policlinico di Bari, «cervello di ritorno», ha maturato la quasi totalità delle sue esperienze professionali in giro per l’Italia e per il mondo in unità sanitarie prestigiose, e oggi non usa mezze parole sul necessario cambio di paradigma nella sanità.
Professore, il divario sanitario Nord-Sud in Italia è una frattura strutturale. Il Mezzogiorno soffre di carenze infrastrutturali (27,1 posti letto/10 mila abitanti contro 32,5 al Nord-Ovest) e ogni anno, circa 300mila residenti del Sud alimentano una mobilità sanitaria da 5 miliardi di euro. Perché?
«La necessità di posti letto ospedalieri è regolata da due fattori: la “epidemiologia” sociale (età, stato di salute socio-economico, etc.) e l’organizzazione sanitaria (medicina di base e territoriale, servizi di prevenzione, etc.). Focalizzare l’attenzione sull’offerta di prestazione di salute ad alta intensità (gli ospedali) è fuorviante. I posti letto non sono il problema».
Qual è allora?
«La povertà qualitativa della medicina territoriale dovuta a vari fattori: tra tutti il basso numero di Case della salute aperte e la scarsa rete della riabilitazione e dell’assistenza domiciliare alle malattie croniche. E’ su questo aspetto, organizzativo e culturale, che si gioca la differenza oggi tra la sanità al Nord e la sanità al Sud».
Mi permetta di insistere sul fronte della mobilità passiva.
«Proviamo ad invertire l’ordine dei fattori della sua domanda. Le regioni del Nord verso cui si orienta la stragrande maggioranza della mobilità sono la Lombardia, il Veneto e l’Emilia-Romagna. Tutte e tre sostengono il loro servizio sanitario regionale grazie alla mobilità. Negli anni del Covid, quando la mobilità era impossibile, anche queste regioni hanno rischiato il commissariamento. Lombardia ed Emilia-Romagna sono le regioni che hanno la maggiore incidenza di posti letto di privato convenzionato rispetto al pubblico. I network del privato convenzionato spostano pazienti dalle strutture delle regioni del Sud (più piccole e meno dotate di letti, personale e tecnologie) verso le strutture private convenzionate dello stesso network del Nord a maggiore complessità. Attenzione, lo fa però anche il pubblico. Il Rizzoli di Bologna, ad esempio, autorizza i suoi medici (dipendenti pubblici) a svolgere attività privata in tutto il Sud per raccogliere pazienti da far poi operare nel capoluogo emiliano anche per patologie che non richiedono la super-specializzazione del Rizzoli. Questo è fatto forzando le norme del contratto e gestendo il Rizzoli con la logica del liberismo, invece che con la logica dello stato sociale equo e garantista. La visita la paga il paziente al medico del Rizzoli, l’intervento lo paga il doppio la Regione Puglia all’Emilia-Romagna. Questa tendenza si può invertire solo liberando la sanità dalla cultura liberistica. Creando reti, non moltiplicando servizi ad alta complessità in una stessa regione, ma centralizzandoli in un’unica struttura in grado di generare alti volumi e quindi alta qualità clinica e organizzativa. Ci vogliono coraggio e competenza».
Ha lavorato a Montreal, Toronto, Pisa, Torino, Roma, Bologna. Da quasi due anni è tornato a Bari. Che differenze ha trovato?
«La sanità sociale è in crisi ovunque, perfino in Canada. I costi dello sviluppo della medicina stanno diventando insostenibili. La sanità e la formazione pubblica e solidale si salvano solo se si fanno scelte coraggiose in termini di criteri di selezione del personale e scelte di modelli organizzativi. Chi continua ad accettare modelli autoreferenziali, successioni dinastiche, e frasi tipo “qui si è fatto sempre così”, è destinato a soccombere. Il problema è che a soccombere non è solo “la dinastia”, ma il diritto dei cittadini ad avere una sanità ed una formazione pubblica e accessibile a tutti. In questa prospettiva alcuni sono più avanti, altri più indietro. In sofferenza sono tutti».