Siamo di nuovo alla vigilia di una riforma elettorale. Pino Pisicchio, professore ordinario di diritto pubblico comparato, oltre che parlamentare per sei legislature, è considerato uno studioso particolarmente attento a queste tematiche.
Come commenterebbe, allora, il progetto di legge della maggioranza di centro-destra?
«È vero: faccio parte di quella sparuta pattuglia di cultori della materia relativa alla legislazione elettorale, considerati forse un po’ strani. Questa attenzione peculiare è dovuta sicuramente a ragioni scientifiche, ma è stata corroborata dall’esperienza politica. La politica, infatti, altro non è se non l’effetto di leggi elettorali: una brutta legge produce una brutta politica. E credo che gli esempi sotto i nostri occhi confermino quel che dico. L’Italia, poi, detiene il record mondiale dei mutamenti delle leggi elettorali: in 33 anni siamo ormai alla quinta riforma, un monumento all’instabilità. Quest’ultima si allinea a quel genere di bruttezza che ha caratterizzato le precedenti».
Quali sono i motivi di questo giudizio così severo?
«In un Paese dove metà degli elettori non si reca più alle urne, in un paese in cui governa, dunque, una minoranza del popolo sovrano, o si riesce a riannodare il filo con il corpo elettorale, oppure correremo a gambe levate verso un’autocrazia di fatto, al di là degli intenti dei politici. Questa bozza elaborata dalla maggioranza non aggiusta il guasto più grande che ci portiamo dietro dal 1993: le liste bloccate. Le liste bloccate, cioè l’elenco degli eletti preconfezionato dai capi da approvare senza se e senza ma, venne introdotto dal regime fascista con la legge Acerbo, e fu abolito con l’avvento della democrazia che, ottant’anni fa adottò il proporzionale con voti di preferenza. Nel 1993 con un referendum si cancellò il proporzionale raccontando che avremmo risolto tutti i problemi del paese. Fece capolino la prima lista bloccata, che copriva un quarto dell’intera rappresentanza, il resto era scelto dall’uninominale. Da allora con le altre leggi la lista dei cooptati si è allargata fino a diventare la totalità. Va così: l’elettore può votare solo la lista già predisposta dai capi. Si chiama furto di un diritto. Bene: la nuova legge questo furto lo approva e lo lascia dov’è».
Dunque questa legge non cambia il modo di scegliere i rappresentanti. Avrà qualche effetto anche sulla costruzione delle maggioranze?
«C’è un premio di maggioranza esagerato, di 15 punti, per la coalizione che raccoglie almeno il 40% dei consensi. Se si pensa che il PCI definiva nel ‘53 legge truffa la legge Scelba che dava il premio alla coalizione che raggiungeva il 50% più uno, dunque la maggioranza assoluta dei voti, dovremmo domandarci come si dovrebbe chiamare allora questa riforma».
Come potrebbe interagire con il territorio pugliese?
«Uno dei cardini della riforma è l’abolizione dei collegi uninominali, che onestamente considero l’unica cosa seria di questo nuovo rimaneggiamento, se si pensa che con la legge in vigore il collegio uninominale è solo una fiction poiché non è data la possibilità di un voto disgiunto e chi vota una lista in coalizione nel proporzionale automaticamente versa il voto sull’uninominale e viceversa. Allora con il proporzionale a 360 gradi ognuno porta a casa quel che ha in termini di consenso e non ci sarà più il collegio offerto in compensazione ai partiti sotto la soglia del 3% (che resta) oppure in sovrappiù per trattative interne. Certo, anche questo aspetto è aggirabile facendo listoni di coalizione in cui si dà spazio a chi non supererebbe la soglia. Comunque in Puglia lo sbarramento senza collegio in dono potrebbe rappresentare un problema a destra e a sinistra».
Dunque riforma bocciata?
«Direi che sta comoda nella scia delle “bruttezze” precedenti. Ma non è solo un problema della destra, beninteso. Mi domando come sia possibile che le forze di opposizione non chiedano a voce alta di cambiare la regola con cui si approva la legge più importante per l’equilibrio democratico delle nostre più alte istituzioni. Sa perché noi abbiamo cambiato tante leggi elettorali dal 1993? Perché la legge elettorale è considerata una legge ordinaria: ogni governo con la sua maggioranza se ne fa una nuova sperando di aggiustarsi il prossimo turno elettorale. Meno male che lassù qualcuno vede e provvede e il più delle volte chi fa il furbo poi perde le elezioni. Ma non bisogna approfittare delle tutele celestiali: basterebbe cambiare la regola imponendo la maggioranza assoluta degli aventi diritto. Semplicemente come si fa per cambiare il regolamento delle camere. Che infatti in ottant’anni ha avuto solo tre riforme importanti, e tutte concordate tra maggioranza e opposizione».









