In Italia mancano circa 20mila unità operative nel comparto giustizia, una carenza strutturale che rende il sistema il meno digitalizzato del Paese e mette a rischio l’abbattimento dell’arretrato.
La denuncia arriva con forza da Bari, in occasione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario durante la quale si è parlato anche della riforma costituzionale della giustizia, ritenuta «dannosa» e distante dalle reali necessità dei tribunali.
Il procuratore di Bari, Roberto Rossi, ha puntato il dito contro l’inefficienza dei mezzi a disposizione degli uffici. «Vorremmo tutti che questa giustizia fosse più efficiente e meno lenta, ma per fare questo occorre che vi siano i mezzi» ha dichiarato a margine della cerimonia.
Per Rossi, gli strumenti informatici sono carenti o malfunzionanti e le scoperture di personale hanno raggiunto livelli critici. «È questo quello che noi vogliamo dal ministro, e non certo riforme della Costituzione che fanno solo danni» ha aggiunto, dicendosi certo che i cittadini bocceranno il provvedimento poiché preferiscono investimenti concreti a cambiamenti d’assetto che, a suo dire, servirebbero solo ad allargare l’invasione di campo della politica nella magistratura.
Sulla stessa linea si è espresso il presidente della Corte d’Appello di Bari, Francesco Cassano, che ha messo in guardia dai rischi di una politica che rivendica «mani libere» in nome del consenso elettorale. «La storia ricorda che ad esagerare, da mani libere a “mani pulite” è solo un soffio» ha ammonito il presidente Cassano, stigmatizzando il clima di scontro e la mancanza di mediazione parlamentare che ha portato al referendum. Il magistrato ha inoltre denunciato la deriva del dibattito pubblico, dove «individui condannati in via definitiva si permettono di spiegare come andrebbe riformata la giustizia».
Lo spettro della precarietà e il nodo Csm
Oltre alle critiche sull’assetto costituzionale, la giornata ha fatto emergere il timore per la tenuta organizzativa delle Procure e dei tribunali dal prossimo 1 luglio. Antonella Cafagna, presidente della giunta distrettuale dell’Associazione nazionale magistrati (Anm) di Bari, ha definito la riforma un tentativo di «asservire la magistratura agli obiettivi di indirizzo politico» attraverso lo smantellamento del Consiglio Superiore della Magistratura.
La presidente Cafagna ha poi sollevato la questione dei lavoratori precari: «La stabilizzazione non è un risultato del tutto soddisfacente perché non riguarderà tutti. Non sappiamo quale scenario si aprirà per i nostri uffici con la perdita di queste professionalità».
La protesta del personale: «Servono 20mila assunzioni»
Mentre all’interno del palazzo di via Enrico de Nicola si tenevano i discorsi ufficiali, all’esterno la Fp Cgil ha organizzato un sit-in per ribadire che la vera urgenza non è il referendum, ma il potenziamento degli organici.
Dario Capozzi Orsini, segretario del sindacato a Bari, ha chiesto la stabilizzazione immediata di 12mila lavoratori dell’ufficio per il processo, figure fondamentali per smaltire i fascicoli pendenti. «La riforma necessita di assunzioni, perché mancano ventimila unità operative» ha spiegato il sindacalista Dario Capozzi Orsini, ricordando che il personale è fermo da vent’anni senza avanzamenti di carriera in quello che resta il ministero meno digitalizzato d’Italia.









