La fotografia, ne L’epoca felice di Cristina Comencini, è una ferita. Non restituisce il passato, lo incrina. È lì che tutto comincia – o forse ricomincia. Una ragazza di quindici anni riaffiora da un’immagine, e con lei una domanda che non ha niente di letterario: chi eravamo, prima di diventare quello che siamo? Comencini parla piano, ma con una precisione che non concede sconti. Il suo romanzo è un territorio instabile, dove la felicità esiste, ma è fragile, esposta, quasi pericolosa. E soprattutto, non è detto che la si riconosca quando accade. Mercoledì sarà alle Vecchie Segherie Mastrototaro di Bisceglie per incontrare i lettori.
Comencini, nel romanzo c’è una fotografia che riemerge dal passato e mette in crisi tutto. Non è un ricordo: è quasi una prova. Le è mai successo, nella vita reale, di imbattersi in qualcosa che le ha fatto pensare: «questa persona ero io, ma non la riconosco più»?
«Continuamente. Non soltanto su di me, ma anche sulle persone più care. I figli, per esempio: quando sono piccoli, quei bambini lì non ci sono più. Solo che nel romanzo succede il contrario. Quella ragazzina è ancora dentro di lei, è stata soffocata. È il ritorno al presente di qualcosa che appartiene al passato. È un meccanismo che nella vita non funziona sempre, ma la letteratura può farlo: rimette in vita i morti. In questo caso rimette in vita una quindicenne, e lei alla fine ritrova dentro di sé quelle sensazioni, per esempio quando torna in montagna. È un’idea antica, basta pensare a Proust».
Rosa, la protagonista del libro, da adolescente è eccessiva, creativa, quasi ingestibile. Poi accade qualcosa che la trasforma. Crescere è anche una forma di addomesticamento?
«Lo è, ma non è detto che lo debba essere. Freud parlava del disagio della civiltà: un condizionamento c’è. Dipende molto anche dalle famiglie, da quanto viene esercitato. Nel fondo il libro è una riflessione proprio su questo: sull’inevitabilità di un certo addomesticamento. Però quella scintilla – che non è più legata al fisico, né all’energia – può sopravvivere. Se vogliamo, questa è la piccola rivoluzione del libro, dire che essere felici è possibile, e non è una sciocchezza».
E per lei cos’è la felicità?
«Uno stato in cui non sei in tensione verso il raggiungimento di obiettivi. Non chiedi a te stesso cose incredibili. Sei, semplicemente, dentro la vita, senza calcolo. È quello che succede ai ragazzi: si svegliano e si chiedono “che succede oggi?”. Quella apertura lì, per noi adulti, è molto più difficile. È come quando i bambini disegnano benissimo e poi lo dimenticano. Però quella cosa si può riacchiappare. Magari a frammenti, ma si può».
Nel libro non c’è nostalgia dell’adolescenza. C’è piuttosto una sensazione inquieta: come se la felicità fosse già fragile. Esiste davvero un’epoca felice o la riconosciamo solo dopo?
«Succede che la capiamo quando è finita. Ma è anche un limite. La nostra cultura è costruita molto intorno al dolore. Anche la letteratura. Però non è che esista un’epoca felice in senso assoluto: Rosa è una ragazzina inquieta, corre, piange, è esposta. Ha tutti i pori aperti. Quella apertura è tipica dell’adolescenza. A volte è così forte che può diventare pericolosa. Ma io penso che bisognerebbe fidarsi di quella condizione, lasciarla vivere. Gli adulti invece ne hanno paura».
Perché?
«Perché è legata alla scoperta del sesso, del rapporto con l’altro, ma anche perché c’è sempre questa domanda: “cosa vuoi fare da grande?”. È una forma di paura dell’inconscienza, di ciò che non è controllabile. E invece quella è una possibilità: essere felici senza essere completamente controllati. È qualcosa che oggi ci sfugge molto».
Lei che adolescente è stata?
«Un po’ come Rosa. Ero una capra a scuola, non ero per niente scolastica. I personaggi nascono sempre da un puzzle: pezzi di te e pezzi degli altri. Poi però diventano autonomi. Però sì, qualcosa di me in Rosa c’è, come c’è tanto di una mia vecchia amica».
La Rosa adulta è una donna che salva gli altri, ma sembra distante da se stessa. È un rischio che sente anche suo?
«Non nello stesso modo. Io non sono un medico, e quello è un lavoro estremo, potentissimo. Però il punto è un altro: non puoi sostituire te stesso con gli altri. Devi occuparti anche di te. Rosa non lo fa, e infatti è il suo limite. Quando torna, deve fare i conti con sé stessa. Non basta aver curato gli altri».
C’è una scena in cui si dice che nelle storie qualcuno deve sempre morire perché la storia vada avanti. Lei è d’accordo?
«No. La nostra cultura dice di sì, ma io dico di no. C’è questa idea che si ami davvero solo dopo la perdita, che il dolore sia necessario. Il libro prova a rovesciare questo. La letteratura ha sempre avuto bisogno della morte perché aiuta a far avanzare la storia. Ma raccontare la felicità è molto più difficile. Questo libro prova, nel suo piccolo, a farlo».
Le tre sorelle sembrano tre possibilità della stessa persona. Le ha pensate così?
«Sì, sono variazioni della stessa identità. Come in musica. Dipende anche dal posto che occupi nella famiglia: la prima, la seconda, la terza. Ma poi il romanzo scompagina queste posizioni. Sono coniugazioni familiari, ma anche individui. E tutte e tre, in qualche modo, cambiano».
Nel libro le fotografie non sono mai innocenti. Lei ha avuto qualcuno che “guardava” il mondo al posto suo?
«Sì, mio padre. Faceva un miliardo di fotografie. È una cosa autobiografica. Ma l’ho fatto anche io: ho trenta album fotografici. È quasi una forma maniacale. Ogni tanto penso di buttarli, ma poi i figli e i nipoti li vogliono tenere».
C’è una fotografia scattata da suo padre a cui è più legata?
«Quella della copertina del libro. È un frammento di una foto più grande, scattata in Jugoslavia, durante una vacanza. C’è questa risata tra me e mia sorella. È rimasta quella».
Suo padre ha raccontato l’infanzia come pochi altri. Cosa ha cercato di salvare?
«Cercava sé stesso bambino. L’ho capito facendo con lui un’intervista che è poi diventata un libro. C’era questo rapporto con il padre, che non lo capiva. In generale, sia nel cinema che nella letteratura, si cerca sempre di rimettere in vita qualcosa che pensavamo perduto».
E lei? C’è qualcosa che non è riuscita a salvare?
«La libertà. Non quella interiore, quella spero di averla ancora. Ma la libertà di quando ero ragazza, senza responsabilità. Ho avuto un figlio a diciott’anni, e quella libertà è finita. Posso raccontarla, ma non posso più viverla».









