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Pronto soccorso presi d’assalto a Bari, Sivo: «Vengono tutti qui: mancano gli ospedali di comunità» – L’INTERVISTA

I giorni di festa hanno messo in evidenza non solo viaggi e tavole imbandite, ma anche sale di attesa di vari Pronto soccorso pugliesi, strapiene e con conseguenti disagi per i pazienti a cominciare dalle lunghe ore di attesa.

Anche il Policlinico di Bari è stato «preso d’assalto» e alcuni hanno sottolineato più in generale lo stato della sanità pugliese. Il direttore sanitario del Policlinico di Bari, Danny Sivo non si sottrae alle critiche ma fornisce altri elementi per una discussione più equilibrata. Il pronto soccorso di oggi somiglia sempre più a un «gigantesco sportello sociale» dove si rivolgono tutti, anziani soli, pazienti con problemi psichici, il punto è che solo un su dieci è un codice rosso.

Direttore il pronto soccorso del Policlinico in questi giorni pare si sia trasformato in una sorta di bolgia. Conferma?

«In attesa degli ospedali e delle case di comunità, i nostri colleghi hanno l’elmetto in testa, e stanno qui a «sbattersi» senza tregua per risolvere il problema. Qui non molla nessuno. I nostri dipendenti sono in uno stress mostruoso, fanno un lavoro difficile. Per altro a differenza di di tante altre specializzazioni, loro non accedono a libera professione. Se poi passa il principio che al pronto soccorso c’è la coda perché lì c’è qualche problema, ho il dovere di far capire alle persone che non è così. Il punto è che le persone che dicono “Non sappiamo dove andare” e vengono qui».

Possiamo dire che sta cambiando completamente la tipologia di paziente?

«Esatto. Moltissimi anziani che si scompensano facilmente e dovrebbero essere gestiti in lungodegenza o comunque in quelli che vengono chiamati ospedali di comunità che però, nonostante siano passati 6 anni, non esistono o quasi».

Il direttore del dipartimento Sanità della Regione, Vito Montanaro, ha detto che al 31 dicembre scorso i lavori sono in corso per 105 case di comunità su 121, per 28 ospedali su 38 previsti. Sulla carta entro giugno prossimo dovrebbe esserci la svolta e di conseguenza i Pronto soccorso non verranno più intasati.

«E’ un problema nazionale. Non decollano. La popolazione invecchia, i problemi aumentano, ma i cambiamenti non sono ancora arrivati».

Lei lanciava l’idea di coinvolgere il privato nella gestione del Pronto soccorso.

«In Italia il privato si sceglie sostanzialmente cosa fare, il privato non ha rianimazioni, né Pronto soccorso. Le varie cliniche private fanno prestazioni ben remunerate, quelle a bassa remunerazione le lasciano a noi. Andrebbe rivista la normativa nazionale su questo. Sono dell’idea che anche loro dovrebbero dare una mano al pronto soccorso. Ieri l’onorevole Crisanti ha addirittura proposto una cosa forte, su questa questione della nazionalizzazione, cioè ha detto: “Ragazzi, ma perché bisogna pagare tutti questi soldi a questi qui per perché poi fanno solamente un quello che conviene a loro, cioè se siamo un sistema sanitario per tutti quanti, e allora nazionalizziamo gli ospedali privati e i convenzionali”. Prendono soldi, scegliendosi la tipologia. Puntando soprattutto sul business più che sulla salute. Insomma non si può pensare di risolvere il problema del Pronto soccorso lavorando sul pronto soccorso. Quindi, se noi vogliamo affrontare il problema dell’iperafflusso deve cambiare il modello di sanità».

Ma nel breve tempo cosa si può si può fare?

«Ci sono momenti nell’anno in cui tutto sommato le cose vadano bene. Non abbiamo lasciato indietro nessuno. Ci sono quelli che aspettano perché vogliono da noi la misurazione della pressione, l’elelttrocardiogramma o hanno un po’ di febbre. Capisco che aspettare può essere fastidioso ma ci può anche stare in questi casi. Ricordiamo però che il Policlinico di Bari è quello che fa più trapianti di cuore in Europa. Nessun acuto viene lasciato indietro cioè chi ha bisogno viene comunque trattato. Il punto è che gran parte di questi ritardi sono legati al fatto che persone che dovrebbero andare sul territorio, guardia medica, medicina generale, vengono qui al Pronto Soccorso. Noi dobbiamo occuparci dell’emergenza e invece sostanzialmente ci occupiamo dell’ordinarietà. E si trasforma il Pronto Soccorso in un gigantesco sportello sociale. Quindi più si restringono gli spazi sociali, compresa la famiglia, più vengono qui».

Insomma più che pronto soccorso è la casa del buon Gesù.

«Stiamo tornando un po’ alla medicina del Medioevo, noi dovremmo avere invece la forza e la voglia di costruire luoghi intermedi e il domicilio, d’altronde in tutti i modelli europei moderni della sanità si continua a dire che il luogo migliore per le cure rimane la casa».

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