Attivo sulla scena jazzistica internazionale da quasi cinquant’anni, suonando e incidendo con prestigiosi musicisti americani ed europei, il sassofonista barese Roberto Ottaviano è intervenuto sui social sul tema del potere senza competenze e della cultura senza autonomia, a partire dal caso della nomina di Beatrice Venezi alla Fenice. Abbiamo voluto approfondire il suo punto di vista.
Ottaviano, secondo lei, dove finisce l’indirizzo politico e dove comincia l’autonomia artistica?
«La linea di confine esiste, ma non è tracciata una volta per tutte: va costruita con regole istituzionali chiare che distinguano indirizzo da interferenza. La politica, in un sistema democratico, ha titolo a definire finalità pubbliche, allocare risorse e stabilire criteri generali di distribuzione, fissare standard di valutazione, rendicontazione, impatto sociale, disegnare assetti di governance. La sfera artistica riguarda invece le nomine operative basate su competenze e visione, programmazione, scelte estetiche e di ricerca. Qui il criterio non è il consenso politico ma la qualità, la coerenza progettuale e il pluralismo delle voci. Le nomine sono una cerniera. Se la politica controlla direttamente chi decide i contenuti, può di fatto orientare anche cosa si programma. Per evitare questa scorciatoia, servono dispositivi che separino i piani. Il limite per la politica è non entrare nel merito dei contenuti: niente liste di artisti “graditi/non graditi”, niente indirizzi su stili o temi. Può però chiedere diversità e pluralismo, pretendere coerenza con la missione dell’istituzione, verificare l’uso corretto dei fondi. In breve: l’indirizzo politico è legittimo quando resta su finalità, risorse e regole del gioco. Diventa interferenza quando determina persone in modo discrezionale o entra nel merito delle scelte artistiche».
La competenza culturale è davvero misurabile?
«Un criterio generale è quello del giudizio motivato, comparabile e verificabile. Una nomina è fondata sul merito quando si può dimostrare – in modo pubblico e coerente – che la persona scelta è la più adeguata alla missione dell’istituzione, non in astratto ma rispetto a obiettivi espliciti. Questo richiede tre passaggi intrecciati. Prima, che il profilo sia valutato in base a evidenze reali; poi, che il confronto con altri candidati avvenga su basi comparabili, così che la scelta non sia arbitraria ma argomentata; infine, che il processo sia indipendente e trasparente, con motivazioni pubbliche e verificabili nel tempo. In sintesi, non conta solo chi viene scelto, ma se si può spiegare chiaramente perché quella persona, tra alternative plausibili, è la migliore per quel compito».
Che cosa perde il pubblico quando le istituzioni culturali diventano vetrine?
«Trasformare le istituzioni culturali in vetrine mediatiche non impoverisce solo la ricerca artistica, incide anche sulla qualità democratica. Quando conta soprattutto la visibilità, si riducono rischio, sperimentazione e pluralità; ma soprattutto la cultura smette di essere uno spazio di confronto critico e diventa conferma di ciò che è già riconosciuto. Per il pubblico la perdita è concreta, meno accesso all’inedito, meno tempo e strumenti per comprendere, meno opere che mettono in discussione. Si sostituisce l’esperienza con il segnale mediatico, il percorso con l’evento, il giudizio con la reputazione. In sintesi, non si perde solo profondità estetica, ma anche capacità collettiva di pensare, dissentire e formare il gusto».
Perché il mondo culturale tende spesso ad adattarsi invece che a confliggere? Per una dipendenza economica dalle scelte pubbliche?
«Non è solo una questione di finanziamenti. La dipendenza economica conta, ma l’adattamento nasce dall’intreccio tra incentivi esterni e interiorizzazioni profonde. Da un lato ci sono i meccanismi materiali: carriere fragili, pochi decisori, risorse scarse e assegnate in modo discrezionale. In un sistema così, il conflitto ha un costo immediato, mentre l’allineamento è premiato. Dall’altro lato opera una dinamica più sottile: col tempo si interiorizza l’idea che il dissenso sia imprudente o sterile. Funzionano la reputazione, il desiderio di appartenenza alle reti che contano, la fatica di sostenere conflitti lunghi e spesso poco visibili. Senza tutele esplicite per l’autonomia, il costo del dissenso ricade sul singolo, che tende a proteggersi. Infine, l’autocensura può apparire razionale. Se il sistema premia la continuità più del conflitto, adattarsi diventa una strategia di sopravvivenza, non una resa ideologica. Cambia quando il dissenso è protetto, riconosciuto e condiviso, non lasciato al coraggio isolato».
Come si può difendere l’autonomia senza trasformarla in autoreferenzialità?
«L’autonomia regge se è legata a un patto di responsabilità pubblica: libertà nelle scelte artistiche e programmatiche, ma obbligo di spiegare, rendere conto e sottoporsi a verifica. Non è un recinto per pochi, è una delega che deve restare contestabile e aperta. La trasparenza serve a rendere leggibili criteri e motivazioni; la valutazione indipendente serve a controllare nel tempo coerenza e risultati senza intervenire sui contenuti; la responsabilità con mandati a termine lega libertà e conseguenze; la partecipazione allarga lo sguardo senza sostituire il giudizio tecnico. L’autonomia non diventa autoreferenziale quando è trasparente nelle ragioni, valutata nei risultati, limitata nel tempo e permeabile al confronto».