«Non ho mai ricevuto l’allarme: quel bambino era già morto quando fu lasciato lì». Ne è convinto don Antonio Ruccia, il parroco della chiesa di San Giovanni Battista di Bari, che in un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana, torna a parlare del caso del neonato trovato morto il 2 gennaio del 2025 nella culla termica.
Il parroco, che recentemente ha patteggiato la pena (sospesa) a un anno di reclusione, afferma che «il patteggiamento non è un’ammissione di colpa ma l’unico modo che avevo per fermare una macchina del fango che rischiava di distruggere il mio ministero. Volevano solo un capro espiatorio. Ora mi batto per la verità». E accusa: «Le indagini» sono state «superficiali e a senso unico».
Don Antonio Ruccia spiega, al settimanale cattolico, che «la sentenza sembrava essere già scritta e soprattutto ho avuto la netta sensazione che si volesse dare in pasto all’opinione pubblica un capro espiatorio. Tanti hanno dato giudizi categorici senza conoscere nulla e soprattutto per partito preso. Anzitutto: il patteggiamento non è un’ammissione di colpa. È un voler mettere fine ad una vicenda che ha leso la mia dignità e ha creato una voragine tra l’aiuto alla vita e il voler l’eliminazione della culla termica. A “vincere” in questa vicenda sono stati i social e quelli che io chiamo gli strilloni. Persone – aggiunge – che pur non conoscendo la vicenda hanno dichiarato cose false e soprattutto denigrato completamente il mio operato e quest’iniziativa che ho voluto nel 2014 come strumento di accompagnamento per salvare vite».