La presenza dello scrittore israeliano Eshkol Nevo alla prossima edizione del Libro Possibile di Polignano a Mare apre un fronte polemico nel dibattito culturale pugliese. In una lettera aperta agli organizzatori e al sindaco, Sabino De Razza e Gigi Liantonio, segretari regionale e provinciale di Rifondazione Comunista, e Laura Marchetti, chiedono l’esclusione dell’autore, contestando non solo il suo rapporto con la storia politica di Israele, ma anche l’assenza di una condanna netta del sionismo e del genocidio a Gaza, nonostante le sue critiche al governo israeliano. Ne parliamo con Laura Marchetti, docente di pedagogia interculturale all’Università di Reggio Calabria, già sottosegretario all’Ambiente ed ecopacifista.
Boicottare uno scrittore critico di Netanyahu non rischia di essere una contraddizione?
«L’ultimo scritto che ho letto di Eshkol Nevo si intitola The Last Interview. Inizia con una serie di domande sul nonno, Levi Eshkol. Lo scrittore preferisce però non rispondere. Parla di altro: depressione, malinconia, scrittura, abbandoni e amori. Non risponde perché entrare alle origini del suo romanzo familiare significherebbe fare i conti con la storia e la formazione ideologica che ha portato agli attuali crimini dello Stato di Israele. Il nonno fu primo ministro, ministro della Difesa e preparò con Lyndon Johnson la guerra dei Sei giorni, che diede origine all’occupazione dei territori palestinesi. Il nipote, lo scrittore che parlerà d’amore a Polignano, non ha mai condannato il sionismo, che nel 1975 l’Assemblea Generale dell’ONU dichiarò come una “forma di razzismo e discriminazione razziale.” Ed è stato infatti il sionismo a massacrare oggi 100.000 persone in Palestina, prima ancora che trovasse il suo braccio armato in Netanyahu. Esso non è più solo una ideologia ma un principio “costituzionale”, anche se Israele non ha una vera e propria Costituzione. Un liberale può anche condannare Netanyahu per come ha gestito il rilascio degli ostaggi del 7 ottobre. Ma se non condanna il genocidio o non individua quanto sia più ampia la responsabilità del genocidio, compie un inganno verso la Storia e si fa beffa delle vittime».
Dove va tracciato il confine tra il boicottaggio di un governo e quello di un singolo?
«Si tratta, in questo momento, di boicottare non solo il governo dell’attuale criminale internazionale, ma anche coloro che, all’interno di Israele, non si dissociano fermamente e chiaramente rispetto a quello che Israele sta facendo alle persone inermi. Perché non ci sono proteste chiare e ferme in Israele? Perché non ci sono cortei e manifestazioni come quelli che attraversano l’Italia, la Spagna, la Francia, il Canada e gli stessi Stati Uniti? Intendo manifestazioni che non abbiano come tema gli ostaggi, ma le guerre scatenate dal governo e l’uso della fame come arma di distruzione di massa. Dovunque, di fronte ai fascismi, ai nazismi, allo stalinismo, gli intellettuali hanno capito come l’orrore dovesse essere combattuto nella coscienza di massa. Molti, quelli che amiamo, si sono schierati. Molti, i più, hanno taciuto, magari parlando d’amore a Polignano».
Chiedere a uno scrittore israeliano una condanna esplicita non introduce un doppio standard rispetto a scrittori di altri paesi in guerra?
«Questa obiezione non può essere rivolta a noi di Rifondazione Comunista. Immediata è stata la condanna della guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina. E sull’America: infinite manifestazioni, proteste, appelli, marce. Proprio qui in Puglia ci siamo incatenati al ponte di Taranto quando partivano le navi per il Golfo Persico. Perché gli Stati Uniti hanno continuato ad esportare guerre in tutto il mondo? Certo per ragioni di profitto, ma anche perché non hanno mai sentito una colpa etica, perché nessuna classe politica americana ha introiettato quel “mai più” che invece l’Europa si era data: mai più la guerra, mai più il razzismo. La colpa non scaccia l’orrore, ma rende possibile la metanoia. Per questo oggi la responsabilità intellettuale dovrebbe chiedere una Corte di Giustizia Internazionale davanti alla quale Israele renda conto dei crimini commessi. Non ci può essere il bene senza il riconoscimento del male».
Quale sarebbe stata un’alternativa possibile per il festival?
«L’evento del Libro Possibile si svolge vicino ad un mare che è e vuole rimanere un mare di dialogo e di pace. Non si può tradire questa vocazione. Quello che mi chiedo è perché il Comune di Polignano e il sindaco, in una situazione così grave, invece che invitare ad un monologo uno scrittore israeliano, non abbia pensato ad un dialogo possibile fra un israeliano e un palestinese. Penso a Suad Amiry, architetta e scrittrice palestinese. Sarebbe interessante un confronto fra la nostalgia di Nevo e la sua, la nostalgia della sua casa che non c’è più dopo l’occupazione israeliana a Ramallah, dell’infanzia rovinata, della famiglia uccisa. Sarebbe interessante sentire come oggi, lì vicino, scuole, musei, chiese e luoghi di cultura siano stati rasi al suolo. Sarebbe interessante sapere che i giovani non sentono più la musica, perché quella musica che riempie la coscienza sensibile degli scrittori israeliani, a Gaza non risuona e non risuonerà per tanto tempo ancora».
