È appena tornato da Venezia Michele Laforgia, avvocato penalista e cassazionista, docente e consigliere comunale a Bari. Appassionato di cinema, ha trascorso alcuni giorni alla Mostra seguendo proiezioni e film in concorso. Tra gli italiani lo ha colpito in particolare “L’estranea” di Paolo Strippoli, regista di Corato, che Laforgia considera una delle opere più interessanti presentate quest’anno al Lido.
Avvocato Laforgia, lei considera «L’estranea» di Paolo Strippoli uno dei migliori film italiani presentati quest’anno a Venezia. Che cosa l’ha convinta maggiormente: la forza della storia, la regia, il lavoro degli interpreti o la capacità di usare il cinema di genere per raccontare qualcosa che riguarda molto da vicino la nostra società?
«Non ho potuto vedere tutti i film italiani presentati a Venezia e quindi la mia non è una classifica. A me le classifiche non piacciono, come non piacciono i voti, le stellette, i giudizi sommari sul cinema che hanno invaso il web con un esercito di critici improvvisati e approssimativi. Tuttavia, da semplice spettatore, posso dire che di certo il film di Strippoli è – fortunatamente – lontano dagli stereotipi della commedia e del cinema “d’autore” italiano, che spesso si traduce in una stanca rielaborazione dei problemi di coppia, in una dimensione narrativa rigorosamente privata. L’estranea racconta, con una buona dose di coraggio, una storia che, sia pure in chiave fantastica, riguarda le nostre famiglie, la nostra cultura e la nostra organizzazione sociale, soprattutto al Sud. Non a caso, il film è ambientato a Bari».
Strippoli costruisce il film intorno all’illusione di poter controllare il destino: una madre arriva a stringere un patto pur di sottrarre i propri figli alla casualità della vita. Ma il confine tra protezione e sopraffazione diventa sempre più sottile. Lei che cosa ha letto, in questa storia, del rapporto tra amore, responsabilità e libertà dell’altro?
«Innanzitutto ho visto un film che mi ha tenuto inchiodato alla poltrona per due ore, e non è cosa da poco, di questi tempi. Il cinema, come la vita, è anche intrattenimento, nel senso più profondo del termine. Poi naturalmente c’è modo e modo di intrattenere il pubblico: Strippoli, che ha anche scritto la sceneggiatura, lo fa in modo intelligente, mettendo al centro della storia la figura di una madre ossessionata dal controllo e dalla protezione dei figli che finisce col divenire strumento di oppressione e di morte. È una metafora potente, che fa riflettere».
La famiglia di «L’estranea» appartiene a una borghesia pugliese benestante e aspirazionale, molto attenta all’immagine che offre di sé. Strippoli ha detto di voler colpire non la famiglia tradizionale, ma quella che antepone il mondo esterno al proprio mondo interno. Da barese, quanto ha riconosciuto in questo ritratto qualcosa della nostra società e delle sue trasformazioni?
«Devo dire che la caratterizzazione borghese e levantina della famiglia al centro del racconto mi è sembrata la parte meno convincente del film. Quella figura di madre ha un’origine arcaica, che solo superficialmente si intreccia con l’arrivismo e la decadenza della ex classe dirigente della città».
Strippoli viene dal cinema horror, ma qui il genere sembra soprattutto uno strumento: il soprannaturale porta in superficie paure, egoismi e contraddizioni molto reali. È forse questa capacità di utilizzare un linguaggio popolare senza rinunciare a un discorso morale e sociale una delle ragioni per cui lei considera L’estranea uno dei migliori film italiani di questa Mostra?
«È una delle ragioni per cui, da sempre, considero la cultura considerata di serie B, il giallo, il fumetto, l’horror, il fantastico, il thriller, uno strumento potente per raccontare le contraddizioni della società. Non dico nulla di originale, naturalmente: da quando un giovane Umberto Eco si presentò al convegno internazionale presso l’Istituto di Studi Filosofici di Roma con la sua collezione di Superman per parlare dei miti moderni, correva l’anno 1962, abbiamo imparato che non si tratta affatto di narrazioni minori, né, tantomeno, innocue. Del resto in Italia abbiamo inventato alcuni generi: penso al gigantesco lavoro di Mario Bava, al “poliziottesco” degli anni Settanta e al primo, geniale Dario Argento, solo per fare alcuni esempi. Poi però li abbiamo colpevolmente messi da parte, proprio mentre se ne appropriava Hollywood. Paolo Strippoli è l’erede di una tradizione importante del nostro cinema».
A Venezia il film si confronta con autori italiani di generazioni, poetiche ed esperienze molto diverse. Che cosa rappresenta, secondo lei, l’arrivo in concorso di un regista pugliese di 33 anni come Strippoli? Possiamo considerare L’estranea il segnale che dalla Puglia sta emergendo non soltanto un’industria cinematografica, ma anche una nuova generazione di autori con un immaginario riconoscibile?
«Paolo Strippoli è un giovane di indubbio talento, che a mio parere dimostra due cose. La prima è che la Puglia, in questi anni, ha costruito professionalità importanti sull’audiovisivo, anche grazie alla politica regionale: penso in particolare alla prima Giunta Vendola, all’assessorato di Silvia Godelli e al lavoro di Apulia Film Commission. La seconda è che si può diventare registi di fama nazionale – ormai internazionale – anche partendo da Corato, se si ha l’ostinazione, il coraggio e la volontà di coltivare le proprie aspirazioni. Non siamo solo periferia dell’impero, evidentemente. E il nostro destino dipende anche da noi, non solo da un intreccio di sfortunate coincidenze. Del resto, è uno degli insegnamenti del film».
