Torna a fare parlare di sé “Codice interno”, prima una maxi inchiesta con differenti tronconi d’indagine e oggi un processo approdato davanti al gip del Tribunale di Bari. Numerosi gli imputati e ben ventisei dei trentaquattro hanno scelto il rito abbreviato. Solo uno, invece, ha avanzato richiesta di patteggiamento. Le richieste dei difensori degli imputati danno avvio quindi a un nuovo capitolo dell’indagine che, nel febbraio 2024, portò a una serie di arresti e mise in luce un intreccio profondo tra ambienti mafiosi, interessi economici e dinamiche politiche, arrivando a sfiorare le elezioni comunali baresi del 2020.
Il procedimento
Il procedimento ora in corso rappresenta il terzo filone investigativo. Si tratta dell’ultima tranche chiusa, lo scorso luglio, dai pm antimafia Fabio Buquicchio e Marco D’Agostino, che va indietro nel tempo arrivando al 2017 quando la scissione del clan Palermiti, al quartiere Japigia, dette avvio a una spirale di violenze, omicidi e regolamenti di conti. Una frattura interna al gruppo criminale che, secondo la Dda, generò un clima di instabilità tale da favorire ulteriori attività illecite.
I reati contestati
Ma tra i reati contestati non figurano soltanto gli episodi di sangue. Le accuse includono anche l’occupazione abusiva di un immobile di proprietà di Arca Puglia, in via Caldarola, dove fino a pochi mesi fa risiedeva, prima dello sgombero, una nipote del boss del quartiere, Eugenio Palermiti. Un tassello che, per gli investigatori, si aggiunge all’elenco delle forme di controllo del territorio esercitate dal clan.
Il giudizio in abbreviato
Tra coloro che hanno optato per il rito abbreviato compaiono nomi di primo piano tra cui i capi clan Eugenio e Gianni Palermiti, padre e figlio. Entrambi sono imputati per associazione mafiosa e, in questo filone, accusati dell’intestazione fittizia di un autolavaggio e di un fabbricato, per gli inquirenti ritenuti funzionali al riciclaggio e alla schermatura dei beni del clan. Su Eugenio Palermiti, inoltre, pende l’accusa di aver ferito, nel 2013, un affiliato ritenuto infedele in un contesto di matrice mafiosa.
Il figlio Gianni, invece, risponde anche di due estorsioni: in una, secondo l’accusa, avrebbe fatto irruzione armato nell’abitazione di un uomo, spacciandosi per agente di polizia, rinchiudendo in bagno la moglie e il figlio di appena sei mesi per ottenere denaro. Nell’altro episodio si sarebbe fatto consegnare 150 mila euro dai responsabili di un cantiere edile.
Al processo si sono costituiti parte civile Comune di Bari, Regione Puglia, Figc e Arca Puglia, segno del peso istituzionale e sociale della vicenda. Il prossimo 9 gennaio è fissata la discussione di pm e parti civili, passaggio decisivo nella definizione di uno dei procedimenti più significativi degli ultimi anni nel contrasto alla criminalità organizzata barese.